La tecnologia della pigrizia

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A volte rimango stupita dallo sviluppo delle tecnologie in campo virtuale. Sarà forse perchè sono immune al fascino dei social network, o perchè i videogiochi presto o tardi hanno finito tutti per annoiarmi e per questo in casa mia non sono mai entrati dispositivi molto evoluti. E mi capita sempre più spesso negli ultimi tempi di chiedermi dove andremo a finire se continueremo di questo passo. Ma permettetemi di spiegare il mio pensiero: non voglio che questo articolo finisca per essere un’ennesima critica ai social network, che farà alzare gli occhi al cielo e verrà rapidamente liquidato per i contenuti già sentiti e risentiti. La domanda che voglio suscitare non è “è meglio usarli o no?” ma “li utilizziamo nel modo corretto?”.

Comincio con un piccolo aneddoto da far rizzare i capelli in testa. Siamo a scuola, in attesa che la professoressa di matematica ci detti i compiti per l’indomani, e sentiamo la terra tremare. Dopo esserci assicurati che non sia colpa del compagno di banco che muove sempre le gambe, un pensiero si accende in ciascuno di noi: “Terremoto!”. Prontamente un ragazzo si alza reggendo il suo I-phone ultimo modello che ti fa anche il caffè e urla che su Twitter la brutta novella è già stata annunciata. E immediatamente ci comunica che lui sta già aggiornando il suo stato su Facebook e che anche Tizio della 3°… e Caio della 2°… si sono premurati di far sapere al mondo quello che sta succedendo. Pensate che sia strana se vi dico che questo sarebbe stato l’ultimo pensiero che mi avrebbe sfiorato il cervello?

Il vero problema dei social network non è tanto la loro esistenza, quanto il modo in cui sempre più persone si lasciano assuefare. C’è chi non riesce a staccarsene neanche in metropolitana o mentre passeggia. C’è chi si fa immortalare solamente per inserire le foto sul suo profilo e aggiorna il suo stato con qualunque azione stia facendo. E il bello è che queste persone sono poi anche capaci di venirti a parlare di privacy. Ma non fatemi ridere! Mi raccontava un’amica che ogni volta che le scrivono su Whatsapp o sulla chat di Facebook a lei viene l’ansia di rispondere perchè adesso neanche il momento della lettura del messaggio rimane a discrezione del destinatario. Tutti ci possono controllare e nessuno ha più pazienza perchè le nostre vite sono sempre più frenetiche. Ecco allora il motivo per cui le nuove tecnologie virtuali ci piacciono tanto: non sappiamo più aspettare.

Ma oltre ad abbattere il tempo, la tecnologia viene incontro anche alla nostra pigrizia. Perchè andare a fare la spesa, quando si può muovere soltanto l’indice e farsi arrivare il tutto direttamente a casa propria? Perchè andare al cinema e stare agli orari degli spettacoli se posso scaricare il film e vedermelo quando mi pare, magari sotto le coperte? Recentemente ho poi letto di due nuove invenzioni che io credevo fantascienza. Una si chiama Ulook ed è stata ideata da tre italiani: per evitare le code in camerino, questa applicazione riproduce le fattezze del proprietario con indosso i capi che non sa se comprare. Nutro molti dubbi in proposito, sopratutto perchè a me i vestiti piace toccarli, vederli da vicino e controllare il materiale di cui sono fatti. Con l’altra raggiungiamo l’apoteosi dell’asocialità: un vero e proprio programma di fitness per Wii, Xbox and Co. che permette di fare attività fisica in casa e addirittura ti tiene d’occhio peso e calorie bruciate. Solo a immaginarmi un ipotetico compratore che corre sul posto a casa davanti allo schermo della tv e cerca di convincermi che sta facendo qualcosa di salutare, non so se ridere o piangere. Mi chiedo quanto aspetteremo per quella che ci permette di portare a spasso il cane che calcola il contenuto degli alimenti nutritivi presente nei suoi bisogni, comunicandoci in cosa è carente…

Lo stesso vale per il fronte scolastico: giusto un mese fa si discuteva della possibilità di digitalizzare le pagelle scolastiche. Già che ci siamo perchè non digitalizzare anche i libri, le lezioni e le verifiche, così non dobbiamo neanche fare lo sforzo di andare a scuola. Ma certo, invece di sederci ai banchi di scuola ci accomodiamo davanti alla webcam e facciamo una lunga conferenza telefonica con il docente. E magari ci inseriamo anche un indicatore che calcola la nostra attività celebrale e il quantitativo di cultura che stiamo assumendo.
Meglio non alzare troppo la voce però. Il rischio è che a qualcuno venga veramente in mente di metterlo in pratica.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un’idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.