La Terra di tutti e di nessuno

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“Il dialogo non è un’espressione buonista, retaggio di un cattolicesimo postconciliare. Non è il negoziato spregiudicato con tutti pur di essere lasciati in pace nel proprio benessere. E’ la capacità di guardare in faccia le diversità dell’altro, di provare ad articolare più relazioni, ad intessere un insieme di rapporti, di cogliere gli interessi e gli orientamenti altrui”.

Così Andrea Riccardi, nel suo libro Convivere, definisce il potere della parola che è capace di mettere in comunicazione due popoli diversi, due culture diverse, due civiltà diverse. A volte, però, dialogare non è semplice per il solo fatto che decidere di comunicare le proprie idee attraverso quel mezzo tanto violento quanto innocuo che è la parola, vuol dire aprirsi all’altro mettendosi a nudo per venire a patti con chi si fa portavoce di idee contrarie alle nostre. E se questo vale dovunque, tanto più vale in quella terra definita Santa e nella quale per ragioni storiche e religiose è piombata quasi una maledizione, che un realismo agghiacciante suggerisce che mai, forse, potrà avere fine.

Un turista, curioso e speranzoso, che decide di compiere un viaggio in questa terra, attende fremente di frenare quella curiositas che con ardore lo spinge a toccare ogni luogo in cui, secondo i cristiani, la Parola si è incarnata e ha lì vissuto, o semplicemente a visitare quei luoghi in cui vive da decenni un odio inestinguibile. Perché non importa se sia credente, ateo o agnostico: la Terra Santa è la terra di tutti,  di chi ha fede e anche di chi non sa o non vuole credere.

Il turista, allora, emozionato visita luoghi di culto, chiese, quasi mai cattoliche, perché in Terra Santa impera quel groviglio inestricabile di religioni, formato da greco-ortodossi, melchiti, islamici, ebrei, armeni. Tra usi e costumi differenti, tra un confine e un altro osserva, tocca, annusa, ascolta, e gusta ogni singolo luogo, ogni singola pietra, ogni singolo odore, ogni singolo suono, ogni singola pietanza, basito da quella strampalata mescolanza, perché l’uomo occidentale non sa cosa voglia dire vivere, o meglio convivere, con un diverso che vuole avere la meglio in una terra che è patrimonio dell’intera umanità.

Da turista diviene pellegrino se a Gerusalemme percorre la Via Crucis compiuta da Cristo, che oggi è diventata il suq arabo dove beduine stanche e anziane vendono frutta e verdura distese a terra. Provengono da quegli sparsi villaggi del deserto di Giuda dove sono costrette ad abitare perché Israele non vuole nomadi tra le sue strade, ma solo gente sedentarizzata. E proprio da questo e da altro ancora si avverte forte la voglia di costruire uno Stato che sia il più efficiente possibile, il più ordinato possibile, il più religioso possibile. Se a Gerusalemme ciò si percepisce meno per quell’aria da metropoli che rende la città pienamente cosmopolita, molto più si avverte a Nazareth dove palazzi fatiscenti e incompleti dominano strade ancora in via di costruzione con luminarie che ricordano la gioia del Natale e che non vengono mai smontate perché un’operazione del genere sarebbe eccessivamente dispendiosa.

Proseguendo nel suo cammino, il turista vigile nota l’imperante volontà da parte di donne-bambine di difendere a tutti i costi all’interno della Spianata delle Moschee un dio che non necessita di una così ferrea protezione, almeno secondo gli occhi di chi gode della libertà di pensiero e di parola. Da un lato si inneggia ad Allah, e dall’altro a quel dio ebreo il cui nome non può mai essere nominato ma solo pensato perché non venga offeso da una tanto grande impudenza. E questo è solo uno, il più evidente, forse, tra i contrasti che esistono in Israele. Un’inappropriata modernità stride accanto a un gretto e arcaico senso religioso ebraico che vede le donne osservanti sottomesse a mariti severi e intolleranti, relegate a pregare in spazi solo a loro riservati perché la preghiera femminile non contamini quella maschile, condannate a dipendere in tutto e per tutto dal proprio uomo che decide anche quando e se divorziare. Manca il senso del bello e impera, invece, quello dell’utile. Il pragmatismo in Israele è il fine, non il mezzo.

E poi, tra imponenti moschee e maestose sinagoghe si respira la paura: ora quella dei palestinesi che a Gerusalemme sanno di essere soverchiati dai loro nemici che li spiano da sopra e da sotto attraverso ingegnose soluzioni, come la camminata sui tetti delle case,  ora quella degli ebrei a Betlemme laddove cartelli invitano a pregare per la libertà della Palestina. Libertà e paura divengono le facce di una stessa medaglia in un luogo in cui muri minati e fili spinati separano il diverso dal diverso. Ebrei e arabi sono padroni e ospiti allo stesso tempo di un luogo che è patrimonio di tutti e di nessuno, di una terra in cui la parola pace diviene quasi un’offesa.

Eppure, si resta impietriti dal fascino di Israele perché c’è qualcosa di magico e mistico in questo Paese. C’è una bellezza che non vuole essere imprigionata né trattenuta da militari con il mitra sulle spalle. C’è il potente desiderio degli ebrei di vivere liberi in quella Terra Promessa che Dio ha indicato loro. C’è la contraddizione dilagante perché palestinesi vendono Kippah e t-shirts con scritte che inneggiano allo Stato di Israele. “Keep calm and be Jewish” pare essere la soluzione, e viene quasi da ridere. C’è una fede che cambia al cambiare delle prospettive, ma un Dio che non cambia al cambiare delle angolazioni. Che si creda o no, in Terra Santa c’è il grido di Cristo al Padre prima che il soffio vitale lo abbandonasse. C’è il tradimento di Giuda e il triplice rinnegamento di Pietro. C’è ogni sentimento che fa dell’uomo l’Uomo creato ex nihilo. C’è la santità che impregna di sacro le suole delle scarpe con cui il turista calpesta questa Terra, che è la terra dalla quale tutti noi siamo nati. E infine, c’è quel pagano senso della varietas delectat che spinge miriadi di turisti provenienti da ogni latitudine ogni anno ad ammirare quel luogo in cui le culture inevitabilmente si mescolano.

Amo leggere, affidare i miei pensieri alla scrittura e viaggiare per scoprire la bellezza di tutto ciò che mi circonda. I classici latini e greci sono la mia più grande passione - e di questi ho fatto la mia ragione di vita -, insieme all'arte e alla pittura.