La terra trema

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Ai terremoti non v’è rimedio alcuno. Se il cielo ci minaccia con le folgori, pure si trova scampo nelle caverne… Ma contro i terremoti non vale la fuga, non giovano nascondigli… (Francesco Petrarca, Secretum).

20 maggio 2012, ore 4.04: le ante dell’armadio iniziano a tremare, il letto le segue, la terra sussulta. Il sogno è ancora mescolato con la realtà, un urlo strozzato prova a sovrastare quel rumore inquietante e stridulo dei mobili in agitazione. La terra trema, cerco la luce ma senza risultati, mi guardo intorno, un piccolo tsunami nel mio acquario, Poe, Apuleio e De Foe precipitano dalla mensola, cerco di alzarmi, tutto trema ancora.

Dimentico tutte le procedure standard, dovrei buttarmi sotto la scrivania? No, scivolo giù per le scale e mi scontro con il terrore dei mie genitori, piano terra, tutto si calma. Tutti escono ma io non ho voglia di uscire, non voglio pensare che il mio rifugio possa crollarmi in testa da un momento all’altro, mi siedo sul divano e guardo il vuoto. Ma intanto il padre svolge il suo compito, deve proteggere la sua famiglia, e ci sprona ad uscire. Gente per strada, bambini che corrono, la nonna temeraria che nasconde la paura (lei è nata nel dopoguerra), ma tutti coviamo le stesse paure.

Entro in casa, voglio capire cosa sta succedendo, accendo la tv, tutto tace. Afferro l’Ipad, vado nei TT di Twitter, e al primo posto leggo: #terremoto! Sfioro la scritta e leggo pensieri, parole, urla di persone sconosciute, i tweet non si fermano, e presto scopro che l’epicentro si trovava a pochi kilometri dal mio paese.
Scosse di assestamento, così le chiamano, una, due, tre, quattro… Perdo il conto, arrivano le 5 am, un’altra scossa più forte delle altre ma meno intensa della prima. Sono stanco, i pensieri rimbombano nella mia testa, devo svuotarmi, scrivo un tweet e mi corico, altre scosse di assestamento, ma poi mi addormento, con i brandelli di paura al mio fianco.

8.30:  la luce di un sole timido che non uscirà mai mi colpisce gli occhi. Una mosca inquieta si posa ovunque, mi sveglio. Confuso, mi ricordo che una maestra mi aveva detto che i terremoti non venivano nella nostra pianura. I genitori escono di casa per un’ispezione, ritornano affermando che la chiesa è chiusa. Io, intanto, “sfoglio” facebook, quando un gruppo di foto che mostrano l’interno della chiesa del mio paese mi bloccano. Detriti e macerie, quel posto così armonico e grandioso piegato dalla forza della Terra, una terra che non vuole fermarsi, che è stanca di stare immobile.
Continuo a vedere foto di chiese distrutte, alcune sono in piedi da settecento anni, hanno resistito a tutto, ma anch’esse si piegano a questa forza.

Continua la paura, la terra si muove, la gente si riunisce, non ha ancora voglia di fare un bilancio economico, pensano alla vita, forse per la prima volta, forse dopo tanto, i parenti si chiamano, gli amici si scambiano messaggi e lo studio è rimandato. Il cielo piange, un sottile strato di nuvole copre il sole, è in lutto, le case hanno resistito, i monumenti no.
Un’altra foto mi colpisce, la torre dell’orologio a Finale Emilia, squarciata nel mezzo, le lancette bloccate. Tutto si è fermato. Sembrano minuti interminabili, mia mamma, infermiera, corre a lavorare, c’è bisogno di tutti, mi guarda, mi abbraccia e mi sussurra: «Bisogna pregare».

Articolo di Matteo Silvestri


Cogitoetvolo