La verità fra le righe

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A mio modo di vedere i giornali non dicono (quasi) mai la verità: per dare forza alla mia opinione chiamo al banco dei testimoni nientemeno che G.K. Chesterton (La Sfera e la Croce, traduzione di Mauro Flavio, ed. Casini, Firenze-Roma, 1956).

Se il giornalismo è il quadro della nostra esistenza moderna, la sua grande debolezza è che non ne riflette se non le eccezioni. Noi annunciamo con un titolo su tre colonne che un uomo è caduto da un’impalcatura; e non annunciamo, con un titolo su tre colonne, che un uomo non è caduto da un’impalcatura. E tuttavia questo secondo avvenimento è infinitamente più interessante e commovente, perché rivela che questa torre viva, piena di terrore e di mistero – un uomo – è ancora diritta sul suolo della terra. Ma evidentemente non si può pretendere dal giornalismo che insista così sopra dei miracoli permanenti: non si può chiedere ai direttori dei giornali di pubblicare nelle loro colonne: “Il signor Wilkinson è sempre in ottimo stato di salute”, oppure: “Il signor Jones, di Worthing, non è morto”. Essi non possono annunciare la felicità di tutta l’umanità, parlare di tutti i gioielli che non sono stati rubati, di tutti i matrimoni che non sono annunciati. Ne segue pertanto che il quadro della vita che essi pretendono di darci completo è falso, poi che non vi è rappresentato che l’insolito. Per quanto siamo democratici, i giornali non si occupano che della minoranza.

Righe tanto vecchie evidenziano un problema tanto attuale, all’apparenza insolubile. Per districarmi quindi, nella rete dei giornali, alla ricerca di uno che fosse affidabile, ho elaborato tre criteri pratici.

Secondo me, una testata giornalistica che rispetti questi criteri, evidenzia una rara passione per la verità.

Quindi un giornale è – a parer mio, ripeto – affidabile se:

1. Parla dell’Africa.

Si parla del continente dimenticato solo quando gli occidentali decidono di intervenire. Ogni giorno in Africa muoiono tantissime persone, per malattie e guerre e chi ne parla? C’è il riquadro sui capelli del premier o su miss universo, ma di questi novecento e più milioni di persone chi ne parla? La popolazione africana cresce al ritmo del 2,5% annuo – più di Cina e India, sebbene i tassi di mortalità infantile siano elevatissimi. L’Africa dispone di enormi risorse naturali, ma chi le sfrutta ora? Giusto quando scoppia un oleodotto (proprietà di chi?) compare il trafiletto.

Trovatemi un giornale che parli – non dico quotidianamente – ma frequentemente di Africa e gli darò molto credito.

2. Ha poche pagine.

Secondo me, la verità non occupa tanto spazio. Ritengo che un giornale sia lungo per un motivo: chi lo pubblica non è più in grado di selezionare le informazioni davvero importanti e per non perderne nessuna, cerca di pubblicarle tutte.

Ovviamente, oltre che non riuscire nell’intento, questo sistema seppellisce le notizie rilevanti sotto le tante righe inutili.

3. Non segue le correnti.

Avete presente la ciclicità delle notizie? Un giorno un uomo cade da un’impalcatura e, siatene sicuri, per le successive tre settimane non si parla d’altro che degli incidenti sul lavoro. Poi, misteriosamente, non se ne parla più. Forse si tornerà a parlare del nucleare, o di politica (quella non manca mai), o di una guerra in cui gli occidentali sono coinvolti.

Preferisco un editore che ragiona con la sua testa.

Cari cogitanti, favorevoli o contrari, aspetto le vostre opinioni in merito. Ma, mi raccomando, leggete leggete leggete, con cognizione di causa.

Lascio, però, l’ultima parola al mio testimone principale (Ortodossia, traduzione di Roberto Ferraro, Morcelliana, Brescia, 2007).

Non sarà necessario che qualcuno combatta la proposta di una censura della stampa. Non c’è bisogno di una censura della stampa. Abbiamo una censura ad opera della stampa.

Milanese da più generazioni, è ammalato di fantasy dalla tenera età di otto anni, quando si accostò a Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien. Ora sta concludendo la laurea specialistica in Bocconi, ma rimane sempre appassionato di giochi di ruolo e wargames. Si diletta col krav maga.