La verità mente

0

La nuova mostra di Damien Hirst, a Venezia fino al 3 dicembre, fra verità e menzogna

Tra le menzogne e la verità giace la verità.

Con questa lapidaria sentenza si apre la colossale mostra di Demien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, allestita tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, a Venezia. La frase è un sottile gioco di parole sul doppio significato di lies, per cui è altrettanto valida la traduzione «Tra le menzogne e la verità, la verità mente». Da sola, questa frase introduce il fulcro tematico della mostra: l’invito a ricercare la verità, l’invito a diffidare di ciò che troviamo. Ma la frase stessa, con la sua ambiguità, getta una prima ombra, vagamente inquietante, sul valore e sull’autenticità di ciò che Hirst ci vuole raccontare. Fin da subito, la mostra ci mette in guardia dalla profonda ambiguità della verità.

Nel 2008 fu scoperto, sul fondo dell’Oceano Indiano, il relitto di una nave naufragata: l’Apistos, parola che significa ‘Incredibile’ nell’antica koinè greca. L’Apistos conteneva l’enorme collezione di un ricchissimo liberto, Cif Amotan II, che la stava trasportando in un tempio appositamente costruito. Dopo duemila anni sul fondo dell’oceano e dieci anni di scavi, la mostra raccoglie tutte le opere recuperate.

Questa è la premessa che ci viene offerta all’inizio dell’esposizione. Eppure la narrazione comincia a essere ambigua già nella prima sala. La prima opera, Calendar Stone, è un gigantesco calendario azteco ricoperto dai coralli: ma la fattura di questi ultimi è finta, posticcia, non sembrano in alcun modo coralli autentici. La didascalia riporta candidamente che «La presenza di oggetti di presunta origine preispanica, sudamericana e centroamericana a bordo di un relitto dell’epoca romana è tuttora inspiegata».

Facciamo cadere subito la finzione: Hirst ha forgiato tutte le sculture nei suoi laboratori, le ha rivestite di finti coralli, le ha affondate nell’oceano e ne ha filmato e fotografato il recupero. Non si potrebbe descrivere meglio l’audacia e l’enormità del progetto, l’arroganza e la superbia che tutto ciò sottintende. Nel percorso della mostra, a ricordarcelo costantemente sono le dimensioni delle statue, che si ergono maestosamente nell’aria, distendono gli arti a occupare violentemente lo spazio, i volti contratti, le pose tese e intense. All’esterno, The Fate of a Banished Man, alta quattro metri, rappresenta in marmo di Carrara un enorme serpente che stringe e azzanna un uomo a cavallo, la bocca urlante, i muscoli contratti ed esagerati. The Warrior and the Bear, scultura in bronzo alta sette metri, rappresenta una guerriera in piedi sulle spalle di un’orso colossale, erto sulle zampe posteriori. Hydra and Kali contrappone l’Idra greca, il serpente a sette teste, alla dea Kalì indiana, che la combatte con una spada in ognuna delle sue sei braccia. Ma il culmine della hybris di Hirst è raggiunta a Palazzo Grassi, l’altra sede dell’esposizione oltre a Punta della Dogana: l’intero cortile interno è occupato da Demon with Bowl, un colossale demone senza testa di diciotto metri d’altezza.

D’altronde, Hirst è sempre stato un artista con un gusto per l’esagerazione. Ricordiamo le sue due opere più famose: The Physical Impossibilty of Death in the Mind of Someone Living (1991), uno squalo tigre preservato in formaldeide in una vetrina e venduto per circa 10 milioni di dollari, e For the Love of God (2007), un teschio umano in platino incrostato di diamanti, costato 14 milioni di sterline. Le sue opere sono sempre state controverse, ma sarebbe riduttivo considerarle una semplice provocazione. Invece, Hirst ha sempre indicato la libertà creativa come il motore dei suoi lavori. Spiegato con le sue parole:

Genius is easy. Genius means that everybody isn’t an artist. Freedom means that everybody is an artist. I believe in freedom. I don’t believe in genius. I don’t think that artists are special people. I think they’re normal people who have managed to harness somehow what is important for everybody. I don’t think they’re born special.

Rispetto ai suoi lavori passati, comunque, Treasures from the Wreck of the Unbelievable non è solamente uno sfoggio di grandeur. La finzione scenica, se così è definibile, del ritrovamento delle statue consente a Hirst di lanciarsi in una lunga serie di citazioni, rimandi, collisioni con il mondo moderno e con la storia dell’umanità. E così, The Severed Head of Medusa è identica alla celeberrima Medusa di Caravaggio, Head of Demon riproduce il dipinto di Blake Ghost of a Flea, Hands in Prayer invece riproduce Praying Hands di Dürer. Più grossolanamente, invece, Aten è un busto egizio in marmo rosso che ritrae una principessa alquanto somigliante a Rihanna (e con il tatuaggio di una pistola sul fianco), mentre Unknown Pharaon rappresenta il cantante Pharrell Williams. Infine, ogni finzione collassa quasi grottescamente con The Collector with a Friend, che replica la celebre statua di Walt Disney e Topolino, e altre statue che riproducono palesemente i personaggi Disney.

Una prima lettura del “significato” della mostra potrebbe dunque essere questa: un grande omaggio alla storia dell’arte e alla storia dell’uomo. Esattamente come viene raccontato, l’Apistos contiene veramente una summa della potenza espressiva dell’uomo: non solo nel mondo antico, ma attraverso i secoli fino alla modernità. Si tracciano facilmente dei paralleli tra Demien Hirst e Cif Amotan II, il presunto liberto che aveva radunato tutte le opere nell’Apistos. In particolare, il busto di Cif Amotan II è un autoritratto di Hirst, e lo stesso nome del liberto è un inganno: è un anagramma di ‘I am a Fiction’. E tuttavia, questa interpretazione appare quasi un’adulazione eccessiva di Hirst. Le didascalie delle opere, che spesso si lanciano a raccontare vari dettagli storici, sono scolastiche e superficiali. Il senso dell’intera operazione appare bislacco: in che modo spacciare grossolanamente delle opere per antiche è un omaggio all’antichità? La messinscena del recupero delle opere dal fondo dell’oceano ha l’unico pregio di infondere un gusto di leggenda, di vertigine storica alla mostra. Le opere stesse invece, con il loro citazionismo e la loro esagerazione, fanno di tutto per scrollarsi quest’aura. Le statue dei personaggi Disney sono forse la parte peggiore, in cui il (presunto) poetico viaggio nell’arte inciampa bruscamente, senza grazia.

Un altro tema che balza subito in mente, attraverso la mostra, non può che essere quello della post-verità, cioè i meccanismi con cui, nei media moderni, nascono e si diffondono false convinzioni e false notizie. È naturale inoltre associare a Donald Trump queste ultime, che tanto lo hanno beneficiato nella sua elezione. Ma Hirst ha cominciato a lavorare alla mostra nel 2008: è un genio per essere stato un precursore? No, poiché di certo non è l’unico artista contemporaneo a riflettere sulla verità, in senso sia politico sia metafisico. Inoltre, Hirst non ha cercato veramente di farci credere alla storia dell’Apistos: ha preferito giocare con abilità nello spazio vuoto che si crea tra la leggenda e la realtà. Eppure rimane la sensazione che la storia, nonostante le sue note esagerate e cafone, sia credibile. Alcuni turisti giapponesi ne sembrano convinti, e chiunque non sia particolarmente esperto di arte ha la sensazione netta di essere in balia di Hirst, incapace di cogliere il confine netto tra verità e narrazione. Treasures from the Wreck of the Unbelievable, dunque, riflette appieno il carattere del suo ideatore, arrogante e megalomane, eppure riesce a stupire positivamente e a farci riflettere, come raramente l’arte moderna si è mostrata capace.

Articolo di Michele Da Re.

Cogitoetvolo