La vita è una continua ricerca: Kengiro Azuma, da pilota kamikaze a scultore

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Kengiro Azuma nasce a Yamagata, Giappone, nel 1926. Conseguita la laurea in scultura all’Università di Tokyo nel 1956, diventa prima allievo e poi assistente di Marino Marini divenendo scultore di fama internazionale, le cui opere hanno partecipato a mostre in tutti i principali musei del mondo ottenendo prestigiosi riconoscimenti.

Il suo percorso artistico è fortemente influenzato dal suo passato di combattente, durante la Seconda Guerra Mondiale, come pilota da caccia dell’Aviazione della Marina Imperiale, nei famosi gruppi speciali d’assalto ‘kamikaze’. Lo abbiamo incontrato nella sua casa a Milano, dove vive e lavora.

 

Oggi vengono definiti kamikaze i terroristi che si fanno saltare per aria per uccidere il maggior numero di persone. Quali sono le differenze rispetto ad allora?

La parola Kamikaze, composta dagli ideogrammi giapponesi “kami” e “kaze”, significa “vento di Dio”. Questa parola deriva da un avvenimento accaduto nel X-XI secolo. I Mongoli tentarono di conquistare il Giappone passando per mare con una potente flotta. Improvvisamente arrivò una grande tempesta di vento che distrusse le navi. Questo fu per i Giapponesi il vento divino. Nella seconda guerra mondiale ci si ispirò a questo avvenimento per formare dei reparti di attacco speciali che, come “il vento di Dio”, avevano il compito di fermare la flotta americana, in particolare le portaerei.

All’epoca l’azione dei kamikaze era diretta solo verso le forze militari, mai verso i civili. Invece i kamikaze di oggi sono terroristi, si immolano per commettere stragi, per uccidere il maggior numero di persone, di civili.

 

Cosa l’ha spinta ad arruolarsi ?

Per noi Giapponesi, Dio era l’Imperatore. Noi ci credevamo profondamente e io volevo offrire la mia vita per l’Imperatore, per la Patria che amavo e che volevo difendere. Per questo ho voluto diventare kamikaze. Nessuno di noi era obbligato a diventarlo. In Accademia avevamo un modulo da compilare dove specificare se eravamo primogeniti, secondo o terzogeniti. Di solito i primogeniti non venivano scelti, perché dovevano dare continuità alla famiglia. Poi potevamo scegliere se diventare kamikaze o meno.

A noi kamikaze era dedicato un tempio chiamato Yasukuni dove andavano le anime dei kamikaze morti durante gli attacchi. Quando aderii, lasciai alla mia famiglia un biglietto con scritto “Ci vediamo al tempio Yasukuni”. Però la guerra finì due giorni prima della mia missione.

 

Ha mai avuto paura?

No, assolutamente. Perché volevo donare la mia vita per la Patria, e poi credevo nelle capacità dei nostri Caccia Zero. Erano i migliori aerei da guerra dell’epoca però erano anche molto leggeri e quindi poco adatti per il combattimento aereo perché poco rinforzati. Questi aerei servivano solo per attaccare perché progettati secondo la filosofia giapponese secondo la quale, il miglior modo per difendersi era attaccare.

 

Come è nata la sua passione per l’arte, per la scultura?

Io avevo molta fede nell’Imperatore che credevo dio. Ma quando abbiamo perso la guerra, mi sono accorto che l’imperatore non era Dio, ma solo un uomo come tutti noi. Per questo ho avuto una grande delusione. Quando ho visto che l’imperatore non era il dio per cui io volevo morire, ho perso completamente la fede.

Noi uomini siamo fatti di una parte materiale: carne, ossa, sangue. Poi c’è un’altra parte, che è la materia invisibile. L’anima, l’amore, la passione, la fede sono la nostra parte spirituale. Quando l’uomo muore queste due metà si separano. La parte materiale muore e da questa si stacca la parte spirituale che non si vede, però rimane. Come il ricordo dei nonni e dei genitori, che rimane anche quando questi non si possono più vedere e toccare.

Quando persi la fede, da me si staccò la parte spirituale. Ho sofferto tanto. Dopo un anno, una notte, ebbi un’idea: dedicarmi all’arte per ricolmare quel vuoto che la fede aveva lasciato in me. Vedevo l’arte come un mondo sereno, non certo intesa come commercio. Credevo, con l’arte, di poter essere vicino a Dio. Così volli diventare artista, scultore. Forse è stato un po’ il mio destino: infatti la mia era una famiglia di fonditori di bronzo, in particolare fabbricavano campane, e mio padre era l’artigiano numero uno del paese. Quindi, forse, in me c’era sempre stata questa abile manualità.

 

Come nasce una sua scultura?

L’idea è quella di rappresentare la parte invisibile dell’uomo, che però non ha una forma ben definita. I sentimenti non hanno una forma precisa, sono cose astratte. Ho abbandonato la rappresentazione dell’uomo, dedicandomi a quella dell’anima.

Ho realizzato molte gocce d’acqua di bronzo perché la goccia d’acqua non si può mai vedere perfettamente. Appena la goccia si stacca dalla grondaia, assume una forma perfetta che però non riusciamo a cogliere con i nostri occhi. Io credo che la nostra vita sia un po’così. Non saremo mai uomini perfetti come le gocce d’acqua, neanche studiando profondamente. Nella goccia di bronzo faccio poi dei buchi. Quello che rende un bicchiere tale non è il materiale con cui è costruito, ma il vuoto che viene riempito dalla bevanda che vi versiamo. Cerco quindi di esprimere utilizzando lo spazio vuoto ciò che è veramente importante, cioè l’anima, l’amicizia, la vera solidarietà, il modo di convivere. Con la mia sensibilità devo poi capire dove mettere i vuoti per comunicare ciò che intendo comunicare.

 

Cosa vorrebbe dire ai ragazzi della mia età che leggeranno questa intervista?

Fin da piccolo ho sempre studiato tanto. Non ero portato per le materie scientifiche e per le lingue, ma non ne ho mai abbandonato lo studio, anche se poi il livello non si alzava. Trovo molto importante una frase di Einstein. Lui ha studiato per anni matematica, scienze, e poi è riuscito a costruire un’equazione. Era contentissimo. Però quando ha provato a vedere se riusciva veramente, dopo tanti tentativi, ha visto che non era applicabile. Così diede questa definizione: “Se la teoria è bella, la pratica non conta”. Quando ho letto questa frase di Einstein, ho avuto subito il coraggio di mettermi in gioco. Essendo nato in un paese diverso dall’Italia non parlavo bene. Quello che voglio dire ai giovani è che non bisogna avere paura di esprimersi solo perché si ha paura di sbagliare. Se si sbaglia, ci si corregge. L’importante non è la perfezione del risultato, è importante quanta volontà e impegno mettiamo in quello che facciamo. Bisogna avere sempre pazienza, coraggio e volontà. Si è sempre a metà strada. Fino ad ora (86 anni) ho vissuto con tutta la mia forza e mi sento sempre a metà strada. Non appena concludo un’opera sembra essere tutto finito e invece già comincia un’altra ricerca. Tenendo sempre chiaro in mente sé stessi, guardando in sé per scoprire la propria personalità e la propria strada. Chi non conosce sé stesso, le proprie capacità e i propri limiti – e la situazione in cui si trova – non sa poi come orientarsi, dove andare. Una volta riconosciuta la propria strada, ci si arriva poi con i propri tempi e modi, con il proprio ritmo e capacità. Non bisogna guardare se gli altri vanno avanti più velocemente. Bisogna impegnarsi. Mettere nella cassaforte il passato, impegnarsi con tutta la forza nel presente e dare in mano a Dio il futuro. Il futuro non è in mano nostra. Per questo dobbiamo vivere con piena volontà il presente. Guardando indietro possiamo vedere la strada che abbiamo fatto, ma davanti a noi la strada è ancora nella nebbia, è un mistero.

 

Potrebbe spiegare meglio quest’ultimo pensiero, che il futuro è un mistero?

Mi invitano spesso a tenere conferenze sulla mia esperienza come kamikaze e sulla bomba atomica. L’uomo è così intelligente e allo stesso tempo così stupido. Guerra e pace si ripetono continuamente, incessantemente; l’uomo non ha mai smesso. Prima che scoppiasse la guerra, eravamo tutti molto poveri ma c’era molta solidarietà vera, molta vera amicizia, si sapeva convivere, e c’era pieno amore per la vita. Quando scoppiò la guerra, io volli partecipare perché speravo che attraverso la guerra sarebbe tornata la pace. Per mia esperienza, posso dire che in tempo di pace ci sono semi di guerra, e in tempo di guerra ci sono già piccoli semi di pace. Nello sport ci sono regole e punizioni, ma in guerra bisogna vincere a tutti i costi. Ci sono regole, ma non contano…bisogna vincere. E chi perde si porta dietro una sofferenza terribile. L’America ha vinto con un’arma terribile, la bomba atomica.

La bomba atomica è una cosa spaventosa. Io ero in mare, su una portaerei, e stavamo tornando per rifornirci. Eravamo a 40 km da Hiroshima. Una mattina, alle 8.30 circa, abbiamo sentito un rumore spaventoso, pesante, mai sentito prima. Siamo saliti sul ponte di volo della portaerei e abbiamo visto alzarsi una nuvola. Non capivamo. Era la bomba atomica. E su una città dove non c’erano uomini, eravamo tutti fuori per la guerra, ma solo donne, persone anziane e bambini! Dopo 3 giorni, un’altra, a Nagasaki. L’America già sapeva che il Giappone era ormai finito, e ha lanciato la bomba come dimostrazione verso la Russia. Pensavo che dopo aver visto la terribile esperienza della Bomba Atomica, il mondo avrebbe capito, e non ne avrebbe fatto più uso. E invece no. L’hanno attualmente America, Russia, Inghilterra, Francia, India, Pakistan, Cina, e ora anche Iran e Corea del Nord la vogliono. Invece di buttarla via, di non volerla usare mai più. Per questo dico che l’uomo è un mistero, e che il futuro, la vita del mondo è un mistero. Avendo avuto esperienza di guerra, vedo che invece ancora oggi il mondo è così. Ma noi dobbiamo il più possibile frenarlo su queste cose, e attraverso la mia scultura io ‘contesto’ quel mondo. Filosoficamente, il male e il bene sono come giorno e notte: vanno insieme, sono opposti, sono contrastanti, ma senza l’uno l’altro non esisterebbe. Per questo non bisogna mai disperare. E vivere con forza il presente.

 

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.

  • Federico Azuma

    Salve, sono un ragazzo di 17 anni e ho appena visto un’intervista ad Azuma che riporta più o meno lo stesso di quest’articolo. Guardandolo mi ha fatto sentire coinvolto nella sua filosofia Zen , anche se non condivido tutto, ma cosa più importante mi ha trasmesso un’emozione e una voglia di “ricercare” me stesso. Vorrei tanto incontrarlo, sembra una persona così umile e capace di “dare”! Non ci sono molte persone così.