La vita venduta

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Non è il sesso, in realtà, che si fa vendere alla prostituta: è la sua degradazione. (Kate Millett, Prostituzione, 1973)

La prima volta che ne incontrai una era un soleggiato mattino di Ottobre. Le strade catanesi erano affollate di studenti universitari, che facevano la spola tra segreterie di facoltà e un intasatissimo ufficio immatricolazioni. Abbandonando il flusso di ragazzi nel tentativo di trovare una scorciatoia, io e un mio amico, quasi senza accorgercene, imboccammo una stradina striminzita che spuntava nella frequentatissima e centralissima Piazza della Repubblica.

Lo scenario cambiò di colpo. La stradina era fiancheggiata da case fatiscenti, dalle facciate incrostate di sporco e in rovina. La spazzatura, che è forse una costante di Catania, giaceva a mucchi davanti le porte, molte delle quali erano spalancate.

Fu lì che la vidi.

Seduta davanti all’uscio di una di quelle case, su un antico ballatoio, c’era una donna. Aveva un vaporoso vestito giallo, che le lasciava scoperte le magre gambe bianche. Lunghi capelli, biondi e ondulati, le incorniciavano un viso truccatissimo dai tratti tipici delle donne dell’ Est.

Quando passammo davanti lei, ci rivolse un largo sorriso, continuandosi a sventolare con un enorme ventaglio che solo in parte avrebbe potuto portare sollievo dalla calura che attanagliava Catania. Io non potei fare a meno di pensare, guardandola sottecchi, che lo spesso strato di fondotinta e il rossetto rosso non avrebbero mai potuto nascondere l’età vera della donna, che sicuramente aveva superato i cinquant’anni.

“Ma chi era?” bisbigliai atterrita al mio collega, anche se temevo di sapere già la risposta. Lui ridacchiò e non disse nulla, limitandosi ad indicare una lastra di marmo su una di quelle porte, sudicia anch’essa, su cui c’era inciso il nome della strada: Via delle Finanze.

Ogni città ha la sua strada “tradizionale” dover poter trovare abbondanza di prostitute. Se a Genova, almeno un tempo, era la famosa Via del Campo, a Catania è Via delle Finanze.

Quell’incontro mi lasciò senza parole: era la prima volta in vita mia che vedevo una prostituta. Ne avevo sempre saputa l’esistenza, ma era un problema che avevo sempre dignitosamente ignorato, credendolo lontano dalla mia vita e dai quartieri che ero solita frequentare. Invece quella donna sedeva lì, al centro di Catania, a pochi metri dal Mc Donald’s da noi così spesso frequentato, a pochi metri dall’Ufficio immatricolazioni, dove migliaia di universitari entrano ed escono ogni giorno.

Quell’incontro non poteva lasciarmi indifferente. Cosa spingeva quella donna, che avrebbe dovuto avere figli più o meno della mia età, a stare tutto il giorno davanti la porta di quella casa squallida, aspettando i clienti?

Probabilmente quella della prostituta è una delle figure più controverse che da sempre hanno accompagnato la storia dell’uomo.

Oggetto del pubblico disprezzo nelle epoche rigidamente intransigenti dal punto di vista morale, vittime innocenti dell’egoismo maschile, addirittura muse ispiratrici dei poeti maledetti … Le prostitute, nonostante questa varietà di sfaccettature, sembrano essere onnipresenti nella storia, quasi l’uomo non avesse altro modo di appagare il proprio istinto sessuale, se non procurandoselo a pagamento.

In Italia, prima del 1953, la prostituzione era addirittura considerata attività lecita, purché esercitata nelle forme e nei modi tassativamente previsti dalla legge, come l’esercizio in appositi luoghi, autorizzati e registrati, con l’obbligo, per le prostitute, di accertamenti sanitari periodici e obbligatori.

In realtà, ci si rese ben presto conto come il fenomeno della prostituzione si consumasse prevalentemente in condizioni di miseria sociale e morale e come si dovesse intervenire con norme che tutelassero in primo luogo la dignità della persona umana, evidentemente sminuita nel momento in cui a ciascuno fosse consentito di disporre liberamente del proprio corpo dietro pagamento di un corrispettivo.

Nel nostro Paese, dove per lungo tempo è stato perseguibile il solo reato di favoreggiamento della prostituzione, è stato recentemente introdotto il reato di prostituzione, di dubbia credibilità perché i provvedimenti non hanno certo intaccato, né tantomeno arginato, il fenomeno.

Sono molti i movimenti sul web che propongono insistentemente una legalizzazione della prostituzione, sostenendo che, posta l’impossibilità di eliminare completamente “il mestiere più antico del mondo”, una regolamentazione legale porterebbe indubbi vantaggi: sottrarre il business dalle mani di organizzazioni criminose, limitare il diffondersi delle malattie sessualmente trasmissibili, strappare le ragazze dalla strada e dalla degradazione, riducendo il rischio di essere esposte a violenze da parte dei protettori e dei clienti.

In realtà, anche la legalizzazione della prostituzione non ha prodotto i risultati positivi sperati. In Australia, nell’ Australian Capital Territory intorno a Camberra, la prostituzione è stata legalizzata nel 1992 anche se, dopo la morte di una prostituta diciassettenne per overdose, molti dubbi sono sorti riguardo alla convenienza di una siffatta operazione, tenendo conto che si è costruito un ambiente, legale, sì, ma ancora dominato dalla violenza e dalla miseria, senza che il tasso di prostituzione minorile sia diminuito.

Infatti, non solo l’idea della prostituzione è di per sé legata inevitabilmente alla schiavitù e al commercio sessuale delle donne, ma una sua legalizzazione o depenalizzazione porterebbe all’instaurarsi di una vera e propria cultura della prostituzione e ad una industria del sesso. Non solo si ridurrebbe la donna a mero oggetto da usare a piacimento, ma si incrinerebbe il rapporto paritario tra uomo e donna.

Uno Stato che legalizza la prostituzione è uno Stato che accetta l’idea della mercificazione del corpo femminile, che ammette la manifesta oppressione dell’essere umano, che incoraggia un modello di vita che destabilizza il nucleo fondamentale della famiglia.

Può uno Stato permettere una pratica così fortemente lesiva dell’integrità e della dignità umana, solo per tutelare un interesse che molto spesso è unicamente economico?

Può uno Stato consentire che ciascuno venda ciò che non è possibile vendere, perché facente parte della più intima essenza dell’essere umano?

 

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.