Labbra e lenzuola

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Un uomo che ama un altro uomo

Ho sempre pensato che le labbra senza passione siano come delle lunghe lenzuola stropicciate appese allo stendino in giardino. Le stesse che mia madre appendeva alla fine di ogni ciclo della lavatrice, mentre dal bagno fuoriusciva l’odore soffice dell’ammorbidente. Io rimanevo seduto sull’orlo delle scale, mentre la guardavo sollevare la bacinella azzurra e dirigersi oltre la zanzariera. Poi correvo ad aiutarla.

Mia padre, invece, era uno di quelli che tornava la sera tardi. Ma con lui non mi sono mai arrabbiato. Era grazie a lui se poteva studiare, leggere, vestirmi e mangiare ogni giorno. Non che mia madre fosse da meno, ma era effettivamente mio padre che portava i soldi a casa. Una volta lei me l’ha raccontato: «Quando da giovani ci siamo sposati, tuo padre mi ha detto che se volevo non era necessario che lavorassi. E io ho detto di sì. Certo, ora un po’ me ne pento, perché quando tu e tua sorella ve ne andrete, io rimarrò sola, ma
dedicarmi alla famiglia è stato il lavoro più soddisfacente che potessi scegliere. E forse lo rifarei».

Le avrei voluto dire che ero fiero di avere una mamma così coraggiosa, ma in quel momento non trovai le stesse parole che ora, dopo anni, rintraccio più facilmente. Ma, per fortuna, il coraggio di cui avrei voluto dire in quell’occasione la mia famiglia me l’ha trasmesso e trasfuso ogni singolo giorno.

Poi c’è stato quell’altro giorno. Quello in cui ho capito che c’era qualcosa in me che non andava. L’ho pensato perché, in un mondo come questo, non potevo fare altrimenti – nonostante la mia famiglia. E proprio su quella panchina – verde metallico – mentre guardavo le sue labbra, ho riflettuto sulle lenzuola. Perché quelle labbra, che sarebbero dovute essere aride di desiderio, bramavano un bacio. Così sono tornato a casa di corsa, cercando di lasciarmi alle spalle il pomeriggio. Come fosse stato un temporale estivo.
Seduto sul tavolo del salotto, mi sono affidato all’unica cosa in cui credevo più di tutte. Le parole. Ho ripensato alla lezione di filologia romanza del secondo anno di università, quando il professore ci aveva spiegato le possibili etimologie di uno dei termini più iconici al mondo: amore. Le prime due erano abbastanza simili: una possibilità era che derivasse dal sanscrito karma, ossia desiderio; l’altra che provenisse dal greco mao (che significa ugualmente “desiderio” o “passione”). «Ecco perché il ricordo delle labbra!», pensai. Ma l’ultima possibile spiegazione, di cui il professore ci aveva registrato l’improbabilità quasi assoluta, ma anche la sua ineluttabile curiosità, era che l’origine del termine amore si potesse identificare nel latino a-mors, ovvero senza morte. Eternità.

Da quel giorno, ho trascorso mesi a riflettere su quei possibili significati. E io? Perché per me erano diversi?
Certo: passione o desiderio sono generali. Insomma non dicono per chi. Ma non bastava. Almeno a me non bastava, e tantomeno al mondo di cui la mia realtà faceva parte. Come se fossi infilato all’interno di un piccolo cassetto, che a sua volta era la millesima parte di una libreria immensa. Un sadico gioco del destino.

È stato per questo che ancora una volta mi sono rifugiato nelle parole. La mia personalissima fonte di vita. E ho provato a venire a capo di me stesso. Così: il verbo amare, che applica l’idea dell’amore, ha anch’esso una radice simile al suo sostantivo, ma il suo significato conserva una sfumatura differente, ossia quella che è insita nella radice indoeuropea ka, da cui (c)amare – desiderare in modo totale, completamente.
Completamente. All’improvviso è comparso un sottilissimo filo di seta rossa – la stessa che ha usato mia nonna per inventare il vestito di maturità per mia sorella -, che ha collegato quel che ero – e sono – su quella panchina con un ricordo. Una connessione diretta; una corrispondenza chirurgica. Così mi sono trovato seduto sul divano assieme alla mia famiglia a guardare per la millesima volta Jerry Maguire. Quello con Tom Cruise. E la scena famosissima: lui entra nel salotto di lei, mentre assieme a delle amiche stanno parlando di
uomini; “Sto cercando mia moglie”, dice sottovoce. Dopo un breve discorso, spingendo il suo sguardo negli occhi di lei, le dice: “Tu mi completi”, mentre in sottofondo scorre la voce graffiata di Bruce Springsteen in Secret Garden. Amo questa scena, lo devo confessare, anche se su quell’ultima frase ho da sempre riflettuto molto. Completare una persona; cosa vuol dire?

Sono arrivato alla mia conclusione, che generalmente non credo valga molto, ma che comunque assume una possibile valenza nei contorni della mia vita. Su quella panchina io non mi sono sentito completato, o almeno, non solo. Ero migliore. Andavo oltre il mio cento per cento. Superavo il limite, e guardingo tracciavo il confine delle mie emozioni. È stato così, che la mattina di quel giorno, dopo scuola, ci siamo ritrovati lì. Seduti. Confrontandoci del nostro desiderio.
L’ho baciato. Appoggiando il dorso della mano sulla coscia ho sentito il tremore del suo corpo. E lui deve aver percepito il mio. Mentre piano colpivo le sue labbra con le mie. Ebbre di passione. Ha iniziato ad accarezzarmi i capelli; scorrere i polpastrelli lungo il braccio e sul collo. Comprendevo quello che sono, o era sempre stato. Un uomo che in quel secondo amava un altro uomo. Fermando il bacio, ho contato le pieghe del suo volto. Ero terrorizzato, ma l’adrenalina della mia personale verità fuoriusciva da ogni poro della mia
pelle. Che sulle labbra, bacio dopo bacio, si screpolava. Ma quanto può valere la paura se si trasforma in fragilità? La nostra completezza mi proteggeva, come fossi una di quelle bolle che mia madre creava col sorriso mentre da piccolo mi aiutava a lavarmi. Cura e amore nella forma perfetta. L’ho baciato ancora, per provare che non era un errore.

Da lì in poi, il mio sentimento è restato completezza, desiderio ed eternità. E non mi ha mai chiesto nient’altro. Se non: sei felice? Come un uomo che ama un altro uomo.

Articolo di Davide Spinelli

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