Lady Gaga canta la rabbia dei giovani violentati nelle università americane

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“Til it happens to you”, nuovo singolo di Lady Gaga, fa da colonna sonora al documentario “The Hunting Ground” che racconta un problema tenuto nascosto dai college americani: quello degli abusi sessuali commessi da studenti all’interno dei campus universitari

Til it happens to you è il titolo della canzone con cui Lady Gaga ha emozionato gli spettatori dell’88esima edizione della cerimonia degli Oscar. È un canto di rabbia quello con cui l’artista racconta ciò che ha provato dopo essere stata abusata sessualmente. La sua denuncia si unisce a quelle dei 52 giovani entrati sul palco a metà performance, protagonisti del documentario The Hunting Ground per cui la canzone è stata prodotta. Sulle loro braccia sono scritte le loro verità, messe a tacere da coloro che avrebbero dovuto offrire loro supporto e giustizia per essere stati violentati durante i loro anni al college.

ew_g_campus_accnt_sfty_b2_300x300Il documentario segue la vicenda di due universitarie, Andrea Pino e Annie Clark, che si sono conosciute a Chapel Hill, sede dell’U.N.C. (University of North Carolina) in circostanze che non si augurerebbero a nessuno. Entrambe erano state violentate durante una delle loro prime settimane al college e avevano cercato di seppellire quel doloroso ricordo sotto strati di studio e routine studentesca. Ma anziché sbiadire, il ricordo si ripresentava più volte, trasformandosi in incubi notturni, e il bisogno di parlare si faceva sempre più pressante. Insieme a loro, molti altri ragazzi e ragazze soffrivano in silenzio, senza trovare il coraggio di parlarne con i coetanei e ancor meno con i propri genitori. Giovani che stavano vedendo incrinarsi il loro sogno di far parte di quell’ambiente elitario che sono i college americani. Harvard, Yale, Princeton, Berkeley: la lista è lunga e fa tanto più spavento quanto più si vede come sia ampia la differenza numerica tra gli abusi riportati e i provvedimenti presi. E si parla di un numero che viaggia sulle cifre delle centinaia, a cui spesso non segue nessuna espulsione.

Molte delle vittime concordano sul fatto che il vero calvario sia iniziato dopo la denuncia dell’avvenuto abuso. All’interno delle università, coloro che avrebbero dovuto offrire supporto sottoponevano le vittime ad interrogatori rispetto al loro comportamento e al modo in cui loro erano vestite. La stessa Annie Clark racconta di essersi sentita in colpa per ciò che le era successo, in seguito ad uno di questi colloqui. Ai loro tentativi di ottenere la tutela e la giustizia di cui avevano diritto, seguivano le accuse di falsa testimonianza da parte delle alte sfere della dirigenza universitaria e addirittura minacce da parte dei loro coetanei. Ciò che emerge con particolare efficacia dal documentario è il tentativo di proteggere l’istituzione a tutti i costi. E si parla proprio in termini economici: i college non offrono soltanto un servizio educativo, ma sono dei veri e propri marchi dietro ai quali si nasconde un business di Untitled1milioni di dollari. Gli stupri non fanno una pubblicità positiva e allora il problema è più comodo nasconderlo fingendo che non esista. Ed è anche semplice, quando è la parola della vittima contro quella dell’aggressore.

Secondo degli studi condotti sul fenomeno, la percentuale di maschi responsabile del 90% delle violenze è inferiore all’8%. Questo implica -e lo confermano avvocati che hanno seguito alcuni di questi casi- che spesso è lo stesso individuo a compiere più di un abuso. Alcuni di questi individui sono intoccabili: fanno parte della cerchia degli atleti di football, sono delle vere e proprie celebrità, mentre le loro vittime vengono viste come povere ragazze in cerca di qualche minuto sotto i riflettori. Tra questi c’è il caso di Erica Kinsman della Florida State University, presentatasi in ospedale con numerose lesioni subito dopo l’aggressione. Il campione di DNA del suo stupratore, nonostante le numerose denunce, venne analizzato soltanto quando emerse un’altra denuncia per stupro contro la stessa persona. Lui, Jameis Winston, è un pluripremiato quarterback e, nonostante la corrispondenza perfetta del suo DNA con il campione trovato addosso ad Erica, non venne condannato. Il cavillo legale è la consensualità dell’atto sessuale, che secondo Winston era presente.

Un fenomeno che non riguarda soltanto le donne: tra le testimonianze ci sono anche storie di ragazzi, la cui denuncia viene presa ancor meno seriamente. Non tutti hanno avuto la forza di combattere e si sono tolti la vita, come racconta nel documentario il padre di una di queste ragazze. Annie, Andrea e molte altre attiviste continuano a impegnarsi perché avvenga un cambiamento e le vittime di violenza ricevano la tutela di cui hanno diritto. Hanno fondato la campagna EROC (End Rape On Campus) perché al fenomeno venga data una giusta attenzione e perché nessuna vittima debba portarsi dentro come una colpa il peso di una violenza subita. Sopratutto perché nessuna vittima venga più costretta al silenzio.

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…