L’alba di un nuovo giorno

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Lo chiamano il male del secolo ma non è un’arma. Lo studiano tutti ma nessuno lo conosce davvero, neanche i medici che lo curano. Un nome- carcinoma– dietro il quale si cela una verità che nessuno vorrebbe mai ascoltare. Basta un innocuo referto medico a sconvolgere un’apparente tranquillità.
Una diagnosi che nessuno vorrebbe mai leggere. E le lacrime scorrono bollenti di rabbia e di amarezza, bagnano quell’odiato referto le cui scritte sbiadiscono rapidamente.

Dopo la diagnosi il buio, l’orrore dell’ignoto che non può essere evitato. Tutta la nostra vita ci scorre davanti agli occhi, riappaiono tutti i nostri tentativi di evitare ciò che avrebbe potuto essere dannoso.
Perché tutti sappiamo che lo stress è nocivo, tutti conosciamo la lista dei possibili fattori di rischio (ma pochi quelli di prevenzione), tuttavia nessuno ci ha mai insegnato che, talvolta, l’insorgenza del cancro è inspiegabile e imprevedibile. Nessuno ci ha mai detto che s’insinua tacito nelle nostre vite attaccando silenziosamente. Quando si presenta non c’è, almeno apparentemente, ricerca, cura o buon proposito che tenga, di fronte a noi c’è solo un tunnel scuro che sembra non finire mai.

Ma l’esperienza ci insegna che alla fine di tutti i tunnel c’è la luce, un bagliore che si chiama speranza. Perché è speranza quella che si legge nei sorrisi di chi soffre.
Perché è dalla speranza che nascono la vita e la voglia di vivere.
E perché non è vero che “chi di speranza vive disperato muore”, ma è solo chi spera e lotta che non muore mai.

Chiusa nel suo ufficio c’è una donna che esamina attentamente i fascicoli, è un medico. Ogni giorno, a una certa ora, questa donna indossa un camice e va in sala operatoria. Lì afferra i suoi arnesi da lavoro, le sue armi con le quali combatte in nome della vita dei suoi pazienti.
Distesa su un letto dello stesso ospedale c’è un’altra donna, l’operazione della dottoressa le ha salvato la vita. L’effetto dell’anestesia è finito, la donna guarda fuori dalla finestra e sorride: il sole è tramontato ma le stelle sembrano dirle che tutto andrà per il meglio. Il suo pensiero vola fino ai suoi bambini che, a casa, aspettano ansiosamente la mamma. Il cammino per la riabilitazione è ancora lungo, ma lei si ripete sempre di andare piano, di fare un passo alla volta. D’altronde se si guarda una piramide essa può sembrare insormontabile, ma se la si sale piano, gradino per gradino, tutto diventerà più semplice.

Al giorno d’oggi, quotidianamente notiziari e telegiornali ci bombardano con notizie di morte e distruzione. Nessuno ci parla mai di tutti quei ricercatori che ogni giorno cercano instancabilmente cure efficaci per malattie che vanno ben oltre l’umano. Nessuno, se non i malati, ci racconterà mai di tutti quei medici, infermieri e volontari il cui silenzioso operato lenisce un dolore che, altrimenti, sarebbe insopportabile.

Nelle nostre cronache non c’è spazio per la storia di quella donna che affronta il suo calvario sorridendo, sorretta dalla voglia di riabbracciare i suoi piccoli.
Se in televisione non c’è spazio per il lieto fine, da questa storia invece io non voglio escluderlo.
E questo lieto fine parte proprio da un referto, simile a quello che aveva annunciato la malattia. Stavolta però la diagnosi rivela la guarigione e le lacrime scorrono di nuovo, calde di speranza e di sollievo, ma adesso sono lacrime di gioia. È l’alba di un nuovo giorno.

Articolo scritto da Flavia Di Silvestro

 

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