L’alcol dell’anima

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Ho letto da qualche parte che la notte è l’alcool dell’anima, inibisce le nostre protezioni

Un mattino, una ragazza di nome Andrea mi ha detto «Ho letto da qualche parte che la notte è l’alcool dell’anima. Inibisce le nostre protezioni. Come se dall’altra parte la luce del giorno, invece che mostrare, nascondesse solamente. Una grandissima bugia. Mi capisci?». Non ricordo cosa ho risposto, ma di certo devo aver pensato di comprenderla. O di prenderla, come dicono gli inglese. I get you. Così, nel l’alcool dell’anima, le ho letto l’unica poesia che ho mai imparato a memoria; mentre lei, non la smetteva di parlare. Raccontandomi la sua poesia – di notte.

Ricordo quel secondo magico

Davanti c’eri tu
Come un sogno evanescente
Il segreto di una bellezza incredibile 

«Sai, la prima volta che l’ho visto era un bambino che a malapena sapeva riconoscere il suo nome allo specchio. Di se stesso non sapeva nulla. Sulla pelle glabra rifletteva ogni immagine che lo circondava. Io ero seduta e lui, dopo essere capitolato inciampando su qualche filo di lana, mi ha detto il suo nome. E in quel secondo magico, io, senza un motivo, ho pensato che avrei potuto passare tutta la vita con lui. Senza staccarmi. Sognare e mangiare allo stesso tempo. Anche se non capivo il suo segreto».

Nei miei pensieri disperati
Nel rumore delle cose
Leggera sentivo la tua voce
Sognavo i tuoi dolci contorni

«Così ho cominciato a pensare a lui. All’inizio non l’ho fatto in maniera seria. Insomma, volevo solo divertirmi. Mi segui? Eppure, anche solo pensarci, mi faceva stare bene. Cosa che poi, tempo dopo, avrei capito essere l’unica davvero importante. Almeno fra due persone che dicono di amarsi. È in questo modo che lui, col suo modo di fare egoista e scontroso, ha iniziato a diventare parte delle mie cose. Il suo odore era tra loro. Il suo sguardo sul mio corpo, e nelle curve del mio corpo. Dove nessuno prima aveva osato guardare. O forse voluto. Nei sogni c’era. Ma nella realtà non poteva essere così»

Trascorsero gli anni. Tempeste
I sogni antichi distrussero,
Scordai la tua voce leggera,
I tuoi leggeri confini 

«Poi ci tuffammo nella foresta. Che detta così sembra quasi ambigua, ma non voglio intendere quello. Io e lui iniziamo a essere parte dell’altro. A sapere come e perché delle nostre reciproche sensazioni. Si potrebbe dire che governassimo il nostro destino. È pazzesco pensarlo non è vero? Eppure nel profondo, o come si dice quando si vuole dire qualcosa del genere, era come se fossimo consapevoli che in un modo o nell’altro avessimo dovuto rispettare quella regola. Che le storie d’amore sono storie tristiPiegano il tuo corpo come tempeste. I sogni che avevi ipotizzato scompaiono con la semplicità di un uragano, mentre cominci a dimenticare il profumo, il volto, i suoi contornila voce non ha più suono… »

in silenzio vedevo i giorni
Prigioniero del grigio,
Senza più fede e ispirazione,
Senza lacrime, vita e amore. 

«Ci sono stati dei momenti in cui avrei voluto dirgli -abbracciami-. Non l’ho fatto. E tu dirai che sono una stupida. Ma per lo stesso motivo non gli ho chiesto nulla, quando avrei voluto solo sapere perché. A volte me lo chiedo ancora, anche se non vorrei. Ma ho il cuore schiacciato. Diviso in due. Una parte tira avanti e l’altra indietro. Ho fede nel futuro, ma non ne ho l’ispirazione a volte. Mi sento prigioniera del vuoto. E sto in silenzio. Non ho parole per dire ciò che provo. Perché mi sembra di averle lasciate tutte a lui. Eppure quello che mi aspetta è radioso. Io sono pronta a risvegliare me stessa. Ok?»

Al risveglio tornò l’anima,
E davanti c’eri ancora tu,
Come un sogno evanescente,
Il segreto di una bellezza incredibile
E nell’emozione batte il cuore
E tutto in me sorge ancora
E la fede e l’ispirazione
E la vita e le lacrime e l’amore. 

«Andrea, Andrea, fermati. Respira. Perché mi stai raccontando tutto questo?»

«E tu perché sussurri la poesia?», ci guardammo dritti nell’animo. «È la mia poesia preferita. Mi pareva il momento adatto di…», mi interruppe, «Mi ricordo quando alle scuole elementari, la maestra mi chiedeva sempre di ripetere my favourite color is, e io non riuscivo. Sapesse ora come parlo l’inglese. Vedi? Anche quello che ho detto…Sono solo parole caspita. Non riusciamo a muoverci da lì! Sempre dietro a loro. Come quella, la senti?»

«Cosa?»
«La notte. Infinita. Che poi è molto buffo avere la parola per qualcosa che non sapremmo nemmeno come disegnare. Infinito. ».

Ci separava una tonnellata di silenzio. «E se fosse l’amore, la via per capire? Cioè, se fosse la via per credere a quello che non vediamo?»
«Sei incredibile» si mise a ridere. «L’amore, l’amore… sempre l’amore, no? Ma in fondo tutti dovremmo avere una poesia preferita. Almeno tutti, crederemmo in qualcosa. E questo può salvare la vita. Più dell’alcol, ma meno della notte».

[Nota: La poesia qui citata, A***, fu scritta nel 1825 da A. Puškin e poi consegnata dal poeta stesso ad Anna Petrovna Kern il 19 luglio dello stesso anno, prima che lei partisse per Trigorskoe. È univocamente considerata la più grande poesia d’amore della letteratura russa. La traduzione qui presente del testo russo riportato nell’edizione dedicata a Puškin per i meridiani mondatori è dell’autore di questo articolo].

Articolo di Davide Spinelli originariamente apparso su L’Oppure

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L’oppure è il nuovo modo di vivere il territorio, un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, storico, artistico ed enogastronomico delle nostre terre. L’arte, il cinema, la musica e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente.