Lampedusa è dietro l’angolo

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Non si parla altro che della visita di Papa Francesco a Lampedusa. «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?». È stata la frase che mi ha colpito di più. Io sono difficile al pianto e mi sono sentito uno dei tanti che è colpevole di quella «globalizzazione dell’indifferenza». Anche io corro per andare all’università e incontro tanti ragazzi, uomini, donne e persino bambini sulla mia strada e non mi fermo, non so come si chiamano e neppure cosa fanno qui, da dove vengono e con chi condividono la cena (se hanno da mangiare).

Li chiamiamo extracomunitari solo se hanno la pelle nera, ma se vediamo australiani o svizzeri non ci ricordiamo che anche loro non fanno parte della Comunità Europea. Le dogane le abbiamo nella testa e forse nel cuore. Il tweet di Francesco dopo la visita dice: «Preghiamo per avere un cuore che abbraccia gli immigrati». Credenti o no, lasciando stare il “preghiamo”, mi ha colpito l’espressione «un cuore che abbraccia»: non ha detto un portafogli che si apre o un piatto caldo da condividere, ma un cuore che abbraccia. È difficile giocarsi i sentimenti, forse giocarsi il tempo sì, i risparmi pure, ma i sentimenti è difficile metterli in campo.

Vorrei condividere due esperienze di quando mi è capitato, anche se per poco, di abbracciare con il cuore. Si chiamano Bamba e Alì, sono quelli che chiamiamo vucumprà (almeno dalle mie parti). Bamba l’ho incontrato all’uscita di un market, vendeva qualcosa, ma aspettava anche qualcuno che gli lasciasse un euro di resto. I miei amici sono entrati a prendersi il panino e io ho aspettato fuori, avendo già da mangiare. Mi ha guardato e mi ha sorriso. Abbiamo iniziato a parlare e mi ha raccontato che tutti i giorni stava lì e alla sera andava a scuola di italiano; era un po’ imbarazzato per il suo nome, perché qui in Italia non è associato a cose molto paradisiache: o alla droga o alla pasta cattiva senza sale. Quel giorno abbiamo parlato per una ventina di minuti. L’ho rivisto qualche volta, quando sono andato al market a prendere il panino e ho sempre cercato di ricambiare il suo sorriso, ma non penso di esserci mai riuscito.

Alì l’ho incontrato in un parcheggio, mentre aspettavo mia nonna. Abbiamo parlato per mezz’ora circa, dopo avermi  convinto a compare un paio di calze che sinceramente ora uso e sono anche comode. Anche lui era venuto dall’Africa lontana, ha viaggiato per tanti giorni su una barchetta con tanti altri disperati come lui, che gli ultimi giorni, avendo finito il cibo, si sfamavano bevendo l’acqua salata del mare. Mi ha detto che gli manca la famiglia, che è lontana e non può più sentirla. È un ragazzino e tutti i giorni fa la spola dalla città in cui vive con altri immigrati come lui, gli unici che conosce qui in Italia, alla città in cui ha trovato un parcheggio dove vendere questa merce, che non so da quale mercato nero venga. Mi ha detto che mangia quello che riesce a comprare e che a volte quelli del supermercato di fronte gli regalano un panino. Ho rivisto altre tre o quattro volte Alì, non mi ha più chiesto di comprare nulla, ma mi chiede sempre come vanno gli studi.

Bamba e Alì non hanno una scuola, una mamma che li consola nel momento dello sconforto, non sanno che c’è la crisi, perché non hanno conosciuto il benessere. Non giocano in una squadra di calcio e non toccano mai un pallone da basket. Forse sanno che è domenica solo per il movimento diverso che vedono in giro.

Di loro i telegiornali in questi giorni non si interessano, perché non vivono a Lampedusa. Bene, ogni giorno camminando per la strada voglio sentirmi a Lampedusa, perché dove ci sono persone sole, lì c’è un’ isola. Spero che il sorriso di Bamba e di Alì possa portare frutto nella mia vita, spero di saper trasformare quel muscolo che ho nel petto in un vero cuore che abbraccia.

Articolo scritto da Leonardo Arca

Cogitoetvolo