L’angelo di Kabul

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Un uomo cammina sotto i portici nel centro storico di Ceva (Cn). Ha un’andatura lenta e sorregge l’anziano padre con un braccio. Indossa un paio di pantaloni di velluto, una camicia a quadri e porta occhiali dalla montatura sottile. Ha i capelli brizzolati e la barba rada, ma il suo sorriso gioviale e la corporatura slanciata testimoniano un vigore giovanile. Con un atteggiamento disinvolto e socievole  si intrattiene a parlare con i compaesani. L’aspetto dimesso e i modi privi di affettazione fanno di lui una persona comune.

Il suo passato, invece, è tutt’altro che ordinario. Laureato in Legge all’Università di Torino, dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro presso uno studio legale, Alberto Cairo abbandona l’attività forense. Vuole cambiare vita, dare un senso più profondo alla propria esistenza. Si iscrive a fisioterapia a Como e inizia la pratica in un ospedale milanese. Nonostante il dissenso dei genitori, che speravano per lui una carriera stabile, invia una lettera alla Croce Rossa Internazionale, comunicando la propria disponibilità a collaborare in missioni umanitarie.

La risposta giunge inattesa qualche mese dopo: parte per l’Africa animato da grande entusiasmo, ma senza una solida competenza medica. Inizia così, quasi per caso, la sua esperienza nelle zone martoriate dalla guerra. Per tre anni opera come volontario in Sudan e si occupa dell’assistenza nei campi profughi. Nel 1989 si sposta a Kabul dove inizia a esercitare fisioterapia nell’ospedale Karte Seh e nel centro ortopedico della città. La capitale afgana diventa da allora la sua casa.

Cairo si occupa delle vittime di guerra soggette a disabilità motorie. Nel 1992 diviene responsabile del progetto ortopedico della C.I.C.R (Comunità Internazionale Croce Rossa) e sotto la sua guida si aprono altre sei strutture destinate alla cura di paraplegici e disabili. Il lavoro è incessante. Alberto impara presto a convivere con la malattia, il dolore e la morte. Nel suo ambulatorio arrivano ogni giorno persone con arti macilenti, con il corpo devastato dalle deflagrazioni, con i volti sfigurati:    relitti umani di una guerra infinita. Non mancano però gli avvenimenti lieti come l’arrivo dei clown chiassosi e festanti del dottor Patch Adams, che tentano di donare un sorriso ai bambini ustionati. Al volontario piemontese viene anche affidata la gestione del settore per la realizzazione di protesi e sedie a rotelle: Cairo ridona così braccia e gambe a più di diecimila persone, vittime di mine antiuomo. Si stima che in Afghanistan ogni 22 minuti una persona venga colpita da un ordigno inesploso, il 90% sono civili, di cui il 20% bambini.

In breve il laboratorio di protesi e sedie a rotelle di Alberto Cairo si trasforma in un grande centro per la riabilitazione fisica. Il fisioterapista cuneese avvia anche una serie di iniziative per il reinserimento dei pazienti nella comunità. Le sue strutture dispensano pasti caldi e dal 1994 viene attivato un progetto di integrazione per paraplegici e bambini disabili tramite il lavoro e la scuola. I suoi pazienti si riappropriano così della dignità che hanno perso con la disabilità, recuperano un ruolo sociale attraverso il potere qualificante del lavoro. Egli li assume infatti come suoi collaboratori. Con la loro testimonianza infondono nuova speranza ai pazienti che, come loro, sono portatori di handicap. Questo modo di operare è detto “Discriminazione positiva”. Il concetto è semplice: disabili che riabilitano altri disabili.

Alberto Cairo diventa ben presto l’angelo di Kabul e nel 2010 ottiene la candidatura a Premio Nobel per la Pace.

Oggi, a Ceva, vicino a Cuneo, guardo quell’uomo dimesso allontanarsi sorreggendo il padre. Intuisco in quei semplici gesti la sua umanità. Mi chiedo come una persona dall’apparenza così normale possa essere per molti un approdo sicuro nella disperazione di uno scenario di guerra. Il vero eroismo non sopporta ostentazioni, la solidarietà più autentica non ha bisogno di grida, opera in silenzio.

Articolo scritto da Chiara Gramaglia

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