L’architetto dei fiori di plastica

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Come costruire terrazzi all’improvviso

Tra me e la donna oltre il terzo binario ho contato centoquattro passi. Da fare uno dietro l’altro, al ritmo del silenzio. Se volete pensare a qualcosa, basta cambiare le parole di Otello: «Un passo, un altro passo, un passo ancora». Ecco fatto. L’istantanea di un abbraccio colma la solitudine della distanza.

La stazione ribolle di linee: chi parte, chi torna, chi cerca qualcosa da mangiare sdraiato sul pavimento sporco. Le scale mobili trasportano sogni e incertezze. I taxi oltre l’arco in marmo strappano ipotesi. A luglio, la stazione è calda sin dalla prime ore del mattino. La vita quotidiana prova a scivolare lentamente nell’eccezione estiva. Una speranza, un’illusione.

La donna oltre i miei centoquattro passi conserva tra le gambe una borsa di plastica leggera, che piega la sua forma ogni volta che il muso di un treno fende l’aria intangibile. La mano destra dondola il ritmo dell’attesa colpendo ripetutamente il bordo del ginocchio. Indice e anulare indossano due anelli sottili e piccoli. L’acquamarina del primo luccica. Il sole penetra fra le pieghe della grande copertura in ferro battuto della stazione.

Io che ci faccio qui?

Non sto per partire. Non voglio tornare. Ma cerco un treno. Uno di quelli che non si ferma mai; un viaggio continuo, ripetuto e perpetuo. Che sbiadisca ogni cosa nei passi infiniti della sua marcia. Mia madre mi diceva sempre di non piangere davanti agli altri.

Io vorrei progettare grandi stazioni come questa. Gli archi imponenti e monumentali… E avere lo studio in un palazzo molto alto, che guardi sulla strada da cui sono nato. E commentare chi cammina. O salutarli. Beffarsi di chi ride e consolare chi piange. Vorrei uno studio al settimo piano. Progettare terrazzi improvvisi – sulla ringhiera fiori di plastica. Perché quando torno a casa la sera spalanco il finestrino e godo dell’aria calda. Oltrepasso il cavalcavia. I lampioni formano il percorso. La discesa non esiste. Il mio progetto è questo: costruire qualcosa che non cada. Qualcosa che continui a salire. Per prenderti. Salvarti. Raggiungerti.

La mano sinistra della donna impugna un bouquet di fiori coloratissimi. Di plastica. Di quelli che fanno capolino poco prima delle casse al supermercato. L’odore della plastica tinta è un surrogato prodigioso.

Non me n’ero accorto, ma la donna ha gli occhi ucraini. È vecchia. I segni del tempo piegano la sua pelle ovunque. Le dita tremano. Non l’avevo riconosciuto. È l’anello di Claddagh. La corona punta il polso della donna. Torna a casa. Mia madre è un angelo che non vola.

La stazione e la sua vaporosa apertura verso il mondo m’illudono che non ci sia nulla più distante di centoquattro passi. Alcune mattine li conto sottovoce e poi mi siedo. Ne faccio altri centoquattro e mi siedo ancora. Un’azione cadenzata, che testimonia la mia certezza più grande: l’abitudine distrugge e rinnova l’amore. Cade una goccia dal ferro battuto. Presa al volo. La mia mano si trasforma in terrazzo. Ecco perché lo smalto nelle donne: fiori di plastica.

Siedo sulla panchina del secondo binario. La donna è ancora lì. Immobile. Continua a muoversi solo la mano sul dorso del ginocchio. Se fossi davvero un architetto progetterei un lungo ponte sopra i binari per raggiungerla in questo istante. Le direi che mia madre comprava sempre i fiori di plastica. Quelli veri si dimenticava di bagnarli. Una distrazione di troppo. Ma l’eco di una stazione quieta la mia percezione della vita. Così, seduto, i treni mi passano accanto, e osservo gli sguardi dei passanti. Chi creda che parta, chi crede che resti, chi pensa che abbia bisogno di soldi. Forse sto cercando un angelo. Dov’è casa loro? Ecco di cosa ho bisogno: un indirizzo. Lei lo diceva sempre: «Ricordati di farti una bella casa quando sarai grande; è così che sarai al sicuro».

I vagoni che scorrono negli scorci del mio panorama mi ricordano un episodio preciso. C’è stato un giorno in cui io e lei siamo andati alla fermata della metropolitana sotto casa. Non dovevamo andare da nessuna parte. Abbiamo pagato il biglietto e ci siamo seduti sulla piattaforma. La linea gialla sul bordo. Ogni cinque minuti, un nuovo treno. Le porte si aprivano e chiudevano. Avevo sei anni. «Lo vedi cosa fanno le porte?» mi disse. «Il cuore funziona allo stesso modo: un flusso continuo di persone e cose, che non puoi fermare, se non ripartendo. Capito?»
«Capito, mamma».

Un giorno i terrazzi appariranno all’improvviso dai palazzi. Nessuno avrà paura. Io posso essere un architetto e costruire stazioni anche più belle di questa. E… un ragazzo si siede alla mia sinistra. Riempie un maglia verde militare. Anche lui indossa due anelli nella mano sinistra. Uno è di legno. I suoi occhi grigi mi fissano. E dicono: «Piacere, Niccolò. Come stai?» Allunga la mano tesa. Una goccia di sale scopre un segreto. Riga il viso. Nessuno me lo chiedeva da tempo.

 

Racconto originale di Davide Spinelli.

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