L’arte di vincere

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Un film di Bennett Miller, con Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman. Scritto da Steven Zaillian e Aron Sorkin, tratto dal libro Moneyball: the art of winning an unfair game, di Michael Lewis. Uscita: 27 gennaio 2012

Come si fa a vincere? Bravura, soldi, fortuna, coraggio? E perché cerchiamo la vittoria? Per dimostrare a noi stessi che valiamo qualcosa, per sconfiggere il fantasma del nostro fallimento?

Questo film di Bennett Miller, nato dalla penna di Steven Zillian e Aron Sorkin e ispirato a una storia vera, ci fa vivere il dietro le quinte del baseball americano, dove i soldi troppo spesso sono l’unica arma per vincere partite.

Billy Beane è il General Manager degli Oakland Athletics. Capace e volitivo, ha perso per un soffio l’ultima partita della stagione, contro gli Yankees.

Billy si scontra con un’amara verità. Nel baseball vince chi ha i soldi, perché si compra i giocatori migliori. Le squadre “povere”, come la sua, non hanno speranza. Lo sperimenta sulla sua pelle proprio alla fine della stagione (siamo nel 2002), quando i NY Yankees che gli hanno portato via il titolo, gli soffiano a suon di milioni anche i suoi tre uomini migliori.

Così, nel tentativo di cambiare qualcosa, Billy decide di lasciar perdere i consigli dei vecchi scouts della squadra, che sulla base del fiuto e dell’intuito cercano nomi per sostituire i tre campioni volati via. Si affida al giovane Peter Brand, neolaureato in economia, che ha sviluppato un modello di valutazione basato sulle statistiche. Non bisogna comprare campioni – sostiene Brand – ma vittorie. Non puntare i soldi su pochi uomini, ma spenderli creando combinazioni di giocatori che messi insieme esprimono una maggiore probabilità di fare punti e quindi vincere partite. Un buon giocatore, che le grandi squadre hanno scartato perché per qualche ragione non è più il numero uno, ha moltissime potenzialità da esprimere, se messo al posto giusto.

Billy s’imbarca in quest’avventura, contrariamente al parere di tutti i consulenti della squadra. Sarà un percorso lungo e faticoso: l’obbiettivo è portare gli Athletics alla vittoria, ma anche rivoluzionare le logiche del baseball, sfidando con l’intelligenza i budget stratosferici delle grandi squadre. Ma sarà in primo luogo il percorso personale di Billy, ex giocatore fallito di questo sport, divorziato, con una figlia che crede in lui, un caratteraccio esplosivo e una tendenza a buttarsi giù e a bere quando le cose vanno male. Cosa vuol dire veramente vincere? È questa la domanda che attraversa il film.

“L’arte di vincere” è nel complesso un bel film, forse un po’ faticoso per la sensibilità dello spettatore medio italiano. Un non addetto ai lavori – ignorando le regole del baseball – segue con fatica i lunghi dibattiti su giocatori e prestazioni tecniche in partita. Il ritmo della storia non è sempre travolgente. Le scene sono lunghe ma ben articolate, i dialoghi scritti molto bene e quindi avvincenti: c’è dietro, tra l’altro, la penna di Aron Sorkin, già sceneggiatore da Oscar con The Social Network.

La parabola umana di Billy è forse il principale merito di questo film che – contrariamente ai classici sport movie americani – non indulge a trionfalismi semplicistici, ma scava più a fondo. Billy Beane voleva cambiare le regole del baseball: la storia di questo sport gli ha dato ragione, ma non è questo quello che conta. Quello che rimane è la parabola di redenzione di un uomo, che scopre l’importanza dei legami umani – vero fattore di vittoria, nella vita come nello sport – e capisce cosa vuol dire non essere perdente.

 

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