Lascia che sia…

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Si chiama Giulia, ha 25 anni e si presenta a noi, in occasione di un incontro organizzato dalla scuola sul volontariato, con un Power point; le immagini proiettate recitano il testo di una canzone che vi svelerò solo alla fine. Mette le mani avanti:  «Non sono qui per annoiarvi, ma solo per raccontarvi la mia esperienza»; la perplessità nell’aula è evidente, dopotutto chi avrebbe la forza fisica e psicologica di sostenere il racconto dell’ennesima “santa” dopo tre ore di scuola?! Io per primo sbuffo, guardo il cellulare, il tempo non passa e Giulia non ha nemmeno iniziato a parlare; poi sotto i miei occhi scorrono immagini, foto, ricordi di una ragazza che invece di andare al mare è andata in Russia a stare a contatto con una realtà che tutti in quella stanza conosciamo solo di fama.
«Inizialmente la cosa più semplice e basilare per me era complessa: il dialogo; sì, perché lì i bambini parlavano solo il russo e conoscevano a malapena l’inglese». Ecco che ho abbandonato il cellulare e resto lì seduto a farmi ammaliare dalle parole: è incredibile quanto a volte si diano per scontate certe cose che in realtà hanno una sensibilità tale da risultare, paradossalmente, banali.
«Se tramite la mia voce non mi potevo far capire – continua Giulia – erano le mie braccia, le mie mani, il mio corpo, a comunicare. Spesso una semplice espressione può essere più chiara di mille parole». È vero! Quante volte è bastato uno sguardo con un amico per intendersi, quante volte un’occhiata ha esplicitamente detto “ti amo più della mia vita”; perché in una società dove Whatsapp sta sostituendo le lettere e internet il dialogo, un “xD” non sostituirà mai una risata, un “;)” non rimpiazzerà mai un occhiolino; una fredda emoticon non sarà mai una genuina espressione del volto che, triste o felice, rimane irraggiungibile.

E se prima ci trovavamo nella fredda Russia, ci siamo già spostati insieme a Giulia nella calda e assolata Africa, dove il diverso sei tu, sei tu il bianco in una comunità di neri, ma attenzione, lì “il diverso” incuriosisce, è un’occasione per scappare da una quotidianità domestica e culturale, per fuggire nel nostro occidente. Qui la riflessione sorge spontanea: si può dire lo stesso di noi? No, perché qui da noi straniero è uguale a diverso e diverso uguale a male; voltiamo lo sguardo di fronte a chi ci vende qualcosa o lava il vetro ai semafori, a chi è per le strade a chiedere l’elemosina, salvo poi compiangerli seduti comodamente davanti ad un televisore quando veniamo a sapere che un barcone è affondato portando con sé centinaia di persone. Ah! Il male del mondo non è la malattia ma l’ipocrisia. Giulia, dopo la Russia e l’Africa è volontaria quest’anno in una casa famiglia in Sicilia, e ci dona queste parole in ricordo: «Lascia che sia…; sì, lascia che sia ma non nel senso di “fregatene”,  bensì come “accetta la realtà, non nasconderti, lotta per cambiarla, ad aiutarti ci sarà anche la Madonna.” Al di là del credo religioso, mi sembra doveroso riportare le parole così come le ha pronunciate, perché il ruolo di Maria è un modello per il corso della vita per l’accettazione dei propri doveri e l’impegno nel servizio. Dopotutto, ci dicono i Beatles: «When I find myself in times of trouble, Mother Mary comes to me speaking words of wisdom; let it be».

Sono un ragazzo di 17 anni e frequento il terzo anno del Liceo classico della mia città,Catania. Faccio dell'ironia il mio stile di vita, farei di tutto pur di strappare un sorriso. Nel tempo libero mi trovate con un paio di cuffie alle orecchie e un libro per mano. Il mio autore preferito? Senza dubbio Orwell