Laureati 2010, giovani e preparati

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Quelli dell’ultimo anno sono i laureati più giovani che l’Italia abbia mai avuto. Ragazzi e ragazze che hanno, finalmente, un’età vicina a quella dei loro coetanei europei e cominciano ad avere una concreta confidenza con l’inglese. Sono arrivati però alla loro linea d’ombra mentre la crisi mondiale faceva quasi tabula rasa di ogni opportunità di lavoro. Così, ora che hanno conquistato qualcosa di importante, si sono accorti di avere perduto molto altro. Illusioni e ambizioni. Consapevoli e preoccupati, molti di loro sono pronti ad andare all’estero per trovare impiego. Eppure, come se si volessero aggrappare a un ultimo effimero sogno, pensano sempre di più al settore pubblico come alla meta preferita per un lavoro. E, quasi tutti, hanno smesso di aspirare ad avviare un’attività in proprio.

E’ questo il profilo complesso e diversificato che viene restituito dalla dodicesima edizione dell’indagine di AlmaLaurea, consorzio di una sessantina di atenei, presentata a Roma presso la sede della Crui, la conferenza dei rettori delle università italiane. L’occasione è quella del convengo "L’istruzione universitaria nell’ultimo decennio. All’esordio della European Higher Education Area". Gli autori della ricerca, per indagare le performance e le ambizioni dei laureati, hanno interpellato 190 mila giovani che hanno concluso gli studi universitari entro la fine del 2009. 
A quasi dieci anni dalla riforma, l’indagine è anche un’opportunità per fare il punto sugli esiti delle norme via via introdotte. Per Andrea Cammelli, direttore del consorzio, la convinzione è che "i risultati raggiunti, al di là delle tante cose di cui l’università si deve emendare, delle difficoltà, senza finanziamenti adeguati e con continue riforme, siano complessivamente assai più confortanti di quanto non vadano ripetendo i tanti cultori del flop della riforma".

Più studio e regolarità. Tra il 2001 e il 2009, il numero delle lauree conseguite è cresciuto di oltre il settanta per cento ma buona parte è dovuta al fatto che molti giovani si ritrovano in tasca due titoli (la laurea breve e quella specialistica). Più utile forse il numero degli anni di formazione universitaria portati a termine, che pure sono cresciuti del 22,3 per cento. Al contempo, anche la regolarità degli studi è aumentata e i laureati in corso sono quadruplicati. Il 39,2 per cento dei giovani dell’ultima ondata hanno chiuso i libri universitari in tempo con i programmi di studio. Nel 2001 erano stati solo il 9,5 per cento. Nel dettaglio della tipologia di corso di studi si notano differenze molto accentuate: si va dal 72,8 per cento delle professioni sanitarie al modesto 18,2 per cento dei "triennali" del gruppo giuridico.

Ancora più giovani. Nel 2001 quindi si arrivava alla meta agognata poco dopo avere compiuto i 27 anni. Ora, quasi uno su cinque ce la fa prima ancora di tagliare il traguardo dei 23 anni. In media, i giovani che scelgono la laurea breve ci riescono a 23,9 anni. Bassa l’età anche dei laureati di secondo livello (25 anni) e quella degli specialistici a ciclo unico (26,1 anni). Questo, al netto del fenomeno crescente degli iscritti "anziani" che stanno facendo aumentare l’età media di immatricolazione.

Sempre meno chimica e fisica. In questi anni tribolati che ci separano dal 2001, anche a leggere i numeri di questa indagine, non tutto però è andato per il meglio. Alcuni corsi di studio invece di aumentare gli anni di formazione complessiva hanno fatto i conti con una diminuzione. E’ il caso dei titoli per le lauree scientifiche come chimica, fisica e matematica. Un problema concreto soprattutto perché, come ha sottolineato Cammelli, il fenomeno prende forma in "un terreno dove l’Italia accusa un ritardo già molto consistente nel confronto internazionale". Gli sforzi realizzati "da una pluralità di soggetti pubblici e privati al fine di avvicinare i giovani alle scienze incoraggiandone gli studi  –  ha spiegato il direttore di AlmaLaurea – non si sono ancora trasformate interamente in titoli e in anni di formazione".

Più stage, meno Erasmus. Il legame con il mondo imprenditoriale si è fatto, nel frattempo, meno evanescente. Più della metà dei giovani usciti ora dagli atenei hanno fatto stage e tirocini riconosciuti dal corso. Erano solo il 18 per cento nel 2001. Più complicato invece per gli studenti partecipare adesso a programmi di studio all’estero come l’Erasmus, soprattutto durante gli anni della laurea "breve": in questo caso la quota di adesione si è quasi dimezzata rispetto a prima della riforma.

Soddisfazione e "taglio" ai corsi. Alla fine di tutti i giorni fatti di studio, degli entusiasmi e delle delusioni e delle paure per gli esami, il 33,9 per cento degli studenti si sono detti molto soddisfati di quello che hanno attraversato. Nel 2001 erano qualche punto percentuale in meno. Eppure la quota di chi si iscriverebbe di nuovo alla stesso corso è pressoché la stessa di allora, poco più del 68 per cento. Forse saranno più soddisfatti quelli che verranno quando troveranno qualche corso di laurea in meno e una minore frammentazione. Il Consiglio Universitario Nazionale (Cun), nel contesto del convegno, ha presentato un’analisi relativa all’offerta formativa secondo cui, a partire dall’anno accademico 2007/2008, sono stati eliminati fino ad oggi 469 corsi di laurea. Il "taglio" ha interessato soprattutto le lauree triennali (371). "La riduzione  –  ha spiegato Andrea Lenzi, presidente del Cun – è stata realizzata per offrire ai giovani un percorso di studio di base più completo e meno frammentato rispetto alla situazione precedente".

Il rifugio dello studio. Senza dubbio, tra il 2001 e oggi, si è accentuata l’intezione dei giovani, che pure c’era anche allora, di proseguire la formazione anche dopo la laurea. Pensa a continuare gli studi, il 77 per cento dei laureati di primo livello e più del 41 per cento degli "specialistici". Per gli autori dell’indagine è lecito interrogarsi se questa intenzione esprima "un autentico desiderio di formazione ulteriore" o invece derivi della "difficoltà a trovare una collocazione adeguata sul mercato del lavoro?". La risposta data da Cammelli conferma lecite preoccupazioni: "La maggiore frequenza a proseguire che caratterizza i giovani residenti nel Mezzogiorno sembra confermare la seconda ipotesi".

Più "pubblico" e meno imprenditorialità. Ma cosa pensano di trovare dopo? E quali le loro ambizioni e necessità? Nel lavoro che sperano di trovare, i giovani pensano di riuscire ad apprendere a acquisire professionalità e saperi. Ma, quando pensano a un impiego, sentono soprattutto il bisogno di stabilità e sicurezza. I laureati di secondo livello riescono a conservare un po’ di spazio importante anche per la possibilità di fare carriera. Rispetto agli anni scorsi poi, sono di più quelli che si dicono pronti ad andare all’estero e quelli disposti a cambiare residenza. Però in loro, forse anche per le condizioni così incerte del sistema economico, si è affievolito di molto lo spirito imprenditoriale e pochissimi sono quelli che ambiscono ad avviare un’attività in proprio. E quando però gli si chiede qual è il settore a cui pensano, si scopre che, rispetto al 2001, sono cresciuti in maniera significativa quelli che guardano al settore pubblico. Un ambito che in questi anni, ha visto bruscamente ridursi il numero delle posizioni, per i neolaureati sembra essere ancora un approdo possibile per un posto fisso e certo. Almeno fino a quando non scopriranno, pure loro, di essere stati abbagliati da un miraggio.

Articolo tratto dal sito de La Repubblica

 

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