Le avventure di Numero Primo

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Marco Paolini porta la fantascienza nei teatri per parlare di futuro e tecnologia

Si alza il sipario del Teatro Verdi di Padova. Al centro del palcoscenico una grande roccia e un secchio in cui gocciola incessantemente acqua. In sottofondo una canzoncina veneta cantata da un coro di bambini. Paolini entra, si bagna le mani nel secchio e con la sua voce calda ci trascina nelle fantasiose vicende di Numero Primo.

Numero Primo è un esperimento di fantascienza narrata a teatro, è una storia che racconta di un futuro probabile fatto di cose, di bestie e di umani rimescolati insieme come si fa con le carte prima di giocare.

La fiaba è ambientata a circa 5000 giorni da oggi, in un nord est italiano profondamente mutato, dove Gardaland ha inglobato l’intero Lago di Garda, dove la neve viene prodotta in una fabbrica di Porto Marghera, il Mose funziona sette volte su dieci e le scuole vengono intitolate a Steve Jobs. La storia inizia quando Ettore Achille, un rispettabile sessantenne, fotoreporter di guerra, diventa padre – “per atto notarile senza nessun atto sessuale” – di Numero Primo, affidatogli da Echnè, la misteriosa madre conosciuta in rete e in fin di vita. Ettore, innamorato della donna, accetta l’incarico. Dopo un primo incontro impacciato e titubante con Numero, nasce tra i due una straordinaria relazione affettiva e, accompagnati anche da una capra stampata in 3D, iniziano una nuova avventurosa vita.

Numero è un bambino straordinario, vede il mondo sempre con occhi nuovi, puliti, ingordi; la curiosità, una curiosità genuina di un’epoca pre-smartphone, è il suo carburante principale. Ovunque vada tutti vengono magneticamente attratti dalla sua presenza, tutti vengono trasformati dalla purezza e dall’intelligenza formidabile del ragazzino. Sembra sprigionare attorno a sé una nube di empatia, che contagia persone e animali. Ma qualche forza segreta sta dando la caccia a Numero: non è infatti un bambino normale ma un esperimento biotecnologico. Numero Primo è il Pinocchio del nuovo millennio, però

non è stato creato dalla fantasia poetico-artigianale di un Geppetto col vizio della tecnologia, ma da uno struggente e audace amore materno unito a una singolare potenza tecnico-scientifica, un’intelligenza artificiale così evoluta da avere sviluppato anche una propria coscienza.

Il finale dello spettacolo rimane aperto: è infatti solo il primo capitolo dell’ultimo Album di Paolini. È un work in progress, dove noi spettatori siamo le cavie di questo esperimento scientifico. Le avventure di Numero Primo fanno parte di un progetto molto più grande, che comprende un’altra performance teatrale, un oratorio musicale, una TEDx conference e un romanzo scritto a quattro mani con Gianfranco Bettin e pubblicato lo scorso Ottobre da Einaudi. Il finale è aperto come le riflessioni a cui spinge:

Qual è il rapporto di ciascuno di noi con l’evoluzione delle tecnologie? Quanto tempo della nostra vita esse occupano? Quanto ci interessa sapere di loro? Quanto sottile è il confine tra intelligenza biologica e intelligenza artificiale? E se a cambiare rapidamente non fossero solo le cose e gli scenari intorno a noi, ma noi stessi, un po’ per scelta e un po’ per necessità? E in tal caso verso quale direzione o destinazione?

Queste sono le domande urgenti e complesse che hanno avviato la riflessione di Paolini e Bettin, e queste sono le domande a cui gli spettatori, inevitabilmente, provano a dare risposta.

Alan Turing, padre dell’informatica e grande matematico del Novecento, nel 1950 scriveva che “alla fine del secolo l’uso delle parole e l’opinione corrente si saranno talmente mutate che chiunque potrà parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetto“. Nessuna macchina per ora ha passato con successo il famoso Test di Turing che dovrebbe appunto dimostrare l’esistenza facoltà di pensiero nelle macchine. Tuttavia tendiamo ad attribuire una sorta di “intelligenza” alla tecnologia, a credere che effettivamente il nostro computer sia più potente e capace di noi, che senza internet a portata di mano saremmo perduti.

Paolini con questo spettacolo ci mostra la sua idea di macchina pensante; Le avventure di Numero Primo ci guidano in una visione stranamente positiva del futuro tecnologico: siamo ormai abituati a una visione distopica, quasi apocalittica, di una possibile era interamente digitale, dovuta in gran parte alla velocità destabilizzante con cui la ricerca tecnica procede. Una visione impregnata di smarrimento e timore. Paolini invece ci spinge ad avere fiducia nel progresso, nelle macchine; ad approcciarci a esse con eccitazione e curiosità. Ci spinge a pensare che un mondo interamente tecnologico, dove le macchine hanno surclassato l’uomo, dove addirittura l’uomo stesso diventa strumento macchinale, non sia considerato inevitabile, ma che un cambiamento di direzione e ritmo sia sempre possibile.

Noi poniamo speranza nella tecnologia ma abbiamo fiducia solo nella natura.

Infatti, sottolinea Paolini, davanti alle sbarre del Telepass teniamo sempre il piede titubante sul freno, ma ci fidiamo della natura nonostante i terremoti e continuiamo a chiamarla “madre”. Questa fiaba fantascientifica ci parla di biologia, di fisica e di tecnica ma non con le voci imperiose e deterministiche degli scienziati, ma con la profondità e peculiarità del teatro, dove non c’è “la presunzione di capire tutto o, peggio, di spiegare tutto, ma con la curiosità di investigare e ragionare“.

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".