Le Città Invisibili

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Ogni libro ha una peculiarità sua propria. In alcuni, una trama avvincente ti impedisce di staccare gli occhi dal foglio, spingendoti a simpatizzare per questo o quel personaggio;  altri invece prendono in consegna le chiavi della tua immaginazione, stendendo davanti ai tuoi occhi paesaggi di una bellezza dimenticata, lasciandoti percepire i gusti, gli odori acri, i suoni di un ambiente lontano;  altri ancora inebriano l’animo di preziose sentenze, profondi concetti e norme di comportamento.

Le Città invisibili esula da queste categorie librarie e si pone su un livello, non più alto, ma trasversale. Queste città sono invisibili, appunto, perché immaginarie, mai esistite, ricoprono la funzione di archetipi primordiali di aggregazione umana. La voce narrante (ma sarebbe più corretto dire “descrivente”) è quella di Marco Polo, celebre mercante veneziano al servizio dell’augusto Kublai Kan re dei Tartari; un imperatore melanconico poichè cosciente che, per vasto che sia il suo impero, esso è destinato alla rovina. Non gli resta che consolarsi contemplando le visionarie città abbozzate dal suo interlocutore: “solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti”

Le descrizioni delle città sono inframmezzate da onirici e nebulosi quadretti dialogati in cui i due, Marco e Kublai, riflettono sul significato di queste città in cui intravedono, in un opaco riflesso metaforico, l’intero Impero (l’intero mondo della civiltà, per il lettore). Kublai predilige le fantasiose, seppur indistinte, descrizioni delle città invisibili, piuttosto che le fredde e meticolose relazioni di quelle visibili, reali, fedelmente riportate dai suoi funzionari e ambasciatori.

L’ambientazione è esotica, da mille e una notte, ma il ventaglio delle città riportate si spalma su un vasto piano descrittivo: alcune mantengono un’ambientazione arabeggiante, satura di  profumi esalati dalle preziose anfore dei bazar; alcune eteree , incorporee  rimangono estranee al lettore, impalpabili; altre sembrano ricalcare le elfiche dimore tolkieniane, esili e alte, sorrette da sottili colonne di vitreo argento fuso; panorami utopici, irrealizzabili, probabilmente scaturiti dal disgusto di Calvino per le mostruose città moderne: le città invisibili, infatti, sembra s’oppongano a quelle invivibili.

Non si tratta quindi di una concezione atemporale della città, bensì di una discussione, spesso velata, sulla città moderna. A confermare queste ipotesi appaiono alcune città che estremizzano l’invivibilità delle odierne metropoli e che sembrano quasi un monito ai contemporanei. Ai saggi cittadini dell’utopica città di Andria, i quali, “convinti che ogni innovazione nella città influisca sul disegno del cielo, prima d’ogni decisione calcolano i rischi e i vantaggi per loro  per l’insieme della città e dei mondi”, si oppongono, in antitesi, quelli di Leonia: perfetti prototipi della civiltà consumista, producono e sprecano senza darsi cura degli esiti negativi sulla città  che “più espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno, la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva : quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri.”

Desiderio di Marco Polo è scoprire quali siano le vere motivazioni che spingono gli uomini ad aggregarsi in città; luoghi di scambio, non soltanto di gretti prodotto economici, ma di cultura, esperienze, in due parole… vita: “Le città, come i sogni, sono costruite da desideri, paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra […] D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”

Siamo di fronte ad un libro frammentario, poliedrico, in cui lo scrittore sparge disordinatamente spunti di riflessione personali ma carichi di un valore universale sulla contemporanea civiltà urbanistica. Tuttavia, anche nell’ “inferno” della città, non ci è precluso un appiglio di salvezza. E’ lo stesso Marco Polo, a conclusione del libro, a proporre due soluzioni: una, la prima, più rassegnata  e passiva, la seconda (certamente preferibile) desiderabile e preziosa per tutti gli abitanti delle metropoli moderne: “Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. lsecondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere che e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”

Una massima, questa, spendibile e applicabile in tutte le circostanze dell’esistenza, e non solo nel nostro rapporto con le città.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Le Città Invisibili
Autore: Italo Calvino
Genere: Classici
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 176

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.