Le Geografie dell’Infinito

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Di come il viaggio di una cometa finì ricamato su tela

Maria fissava insistentemente la tela bianca da parecchie ore, sembrava quasi ipnotizzata dal candore che emanava, tanto ipnotizzata da non riuscire a ricavarci nulla. Non le era mai successo di condurre una battaglia contro la sua ispirazione e venire vergognosamente sconfitta: solitamente si armava di ago e filo e procedeva alla creazione di quelli che in futuro sarebbero stati giudicati dai critici come capolavori d’arte contemporanea. Eppure questa volta sembrava che qualsiasi idea le balzasse per la testa non fosse abbastanza pretenziosa da poter sconfiggere l’aura di bianca apatia che le stava di fronte.  La voglia di prendere una lama di qualsiasi tipo e inciderla per distruggere la tela era tanta, ma non valeva la pena sacrificare il titolo di Artista che dopo tutti quegli anni era finalmente riuscita a guadagnarsi per sostituirlo con quello di Assassina. E’ risaputo che la più grande paura di un artista è quella di ritrovarsi totalmente senza ispirazione, ed era proprio quello che le stava accadendo.

Forse avrebbe dovuto lasciar perdere questa astrusa idea che da qualche giorno a questa parte non smetteva di tormentarla e limitarsi a realizzare un’opera che seguisse concettualmente le precedenti. Così facendo avrebbe, però, firmato la condanna a morte della sua creatività. Dopodiché si sarebbe accostata a tutto quel filone di artisti che, una volta smarrito il filo rosso dell’ispirazione non si danno da fare per ritrovarlo ma si limitano a giacere remissivamente nel Labirinto, aspettando che il Minotauro venga a saziarsi di loro, conducendoli definitivamente nell’oblio. Con le lacrime agli occhi decise di abbandonare il campo di battaglia per andare a fare una passeggiata, dal momento che la giornata stava giungendo al termine e sentiva la necessità di fuggire da quello che era diventato ormai un luogo di tortura per la sua psiche.

Non vorrei turbarla, giovane donna, ma desidererei al contempo sapere che male sfigura il suo viso.

Una figura misteriosa si inserì improvvisamente nel flusso di coscienza che i suoi passi stavano tracciando sulla strada deserta. «Mi trovo in una sorta di limbo in cui ho un’idea ben precisa in testa, ma non riesco a concretizzarla sulla tela», era talmente presa dalla matassa concettuale che le era rimasta incastrata tra le meningi che non pensò nemmeno di darsela a gambe o quantomeno aprire la danza dei convenevoli, come avrebbe fatto qualsiasi altra persona. «Conosco bene questo limbo, è un posto tanto piacevole quanto estremamente mortificante», rispose la figura misteriosa. Al buio era molto difficile distinguere i tratti del suo viso, ma si notava bene quanto fosse ingobbito su di sé e quanto il deambulare gli causasse problemi poiché procedeva aggrappandosi ad un lungo bastone. Per questo motivo Maria cercò di rallentare un poco il passo e chinarsi a sua volta leggermente in avanti per porgergli la domanda che da giorni alloggiava abusivamente nella sua mente:

Lei come concretizzerebbe l’infinito?

L’uomo soffocò il principio di una risatina, come se sapesse esattamente quale sarebbe stato il quesito e fosse giunto lì apposta per rispondervi: «In nessun modo. Infinito è tutto ciò che è indefinito, ovvero tutto ciò che ha il privilegio di essere e contemporaneamente non essere e si trova proprio in quell’etereo limbo che lei mi ha citato prima. Infinito è tutto ciò che lei può immaginare, che è ancora in potenza. Se in questo momento alzasse lo sguardo verso il cielo troverebbe risposta a molte delle sue infinite ed indefinite domande». Automaticamente entrambi si ritrovarono con il naso all’insù e proprio in quel preciso istante nel cielo sfrecciò alla velocità della luce una cometa, arrivata e diretta chissà dove. «Ma guardi un po’! Abbiamo appena avuto l’onore di assistere al passaggio di una delle rappresentazioni di infinito più vicine a noi che possano esistere. Secondo lei quale sarà stata la meta finale del suo percorso?», esordì l’uomo, puntando il suo bastone a tracciare la traiettoria che qualche secondo prima era stata percorsa dall’astro morente. Maria era talmente immersa a nuotare con lo sguardo nel mare che stava sopra la sua testa che non sentì nemmeno la domanda. «Siccome vedo che il suo naufragar l’è dolce in questo mare  non voglio impegnarla in ulteriori pensieri, quindi risponderò io per lei. La stella che ci ha posto i suoi omaggi da lassù era diretta verso la dimensione del possibile, dell’indefinito, del forse, verso il nostro prezioso limbo! Ritornerà a farci visita? Probabilmente no, ma lei può conservare per sempre il ricordo di questo momento. Racchiudere la memoria di questo piccolo pezzo di infinito che il cielo le ha regalato sulla sua tela. Ed ecco che sarà realizzato il suo desiderio di concretizzarlo».

All’udire quelle parole gli occhi di Maria, risvegliatasi nel frattempo dallo stato di trance in cui si trovava fino a poco prima, si illuminarono di autentica gioia: «Ma certo! Ora mi è tutto incredibilmente chiaro, sì! Userò la tela come rappresentazione del nostro emisfero e vi traccerò meridiani e paralleli intersecati da linee che oltrepassano i confini del reale, sarà la mappatura astrale del concetto di infinito. Le devo un favore enorme, mi ha probabilmente salvato la carriera. Può almeno dirmi il suo nome? Così so a chi dovrò essere eternamente grata e con chi dovrò sdebitarmi un giorno». Avevano ripreso a camminare da qualche minuto e in quel momento giunsero davanti ad un vicolo cieco i cui confini erano segnati da una siepe altissima. «Probabilmente se le dicessi il mio vero nome penserebbe di aver avuto una brutta allucinazione o tenterebbe di denunciarmi alle autorità. Mi limiterò ad accettare la sua sincera gratitudine e a congedarmi per tornare alle mie attività quotidiane: contemplare passeri, coltivare ginestre, osservare da lontano la gente del villaggio festeggia, cose alquanto poco pretenziose seppur divertenti a modo loro».

Ma dove ha intenzione di andare? Qui la strada finisce, non si può proseguire oltre quella siepe!

Maria era sinceramente preoccupata che l’uomo, già parecchio malaticcio di suo, non andasse a danneggiare ulteriormente la sua salute. «Questo è ciò che crede lei, cerchi di ampliare i suoi orizzonti e guardare più spesso il cielo!», in quel momento si gettò dentro l’arbusto e sparì così come era apparso. «Ma non sarà mica stato davvero Lui?», esclamò ad alta voce la donna, palesemente sconvolta. Di rimando ricevette una sonora risata proveniente dall’altro lato della siepe e in quel momento decise che si era fatto davvero troppo tardi per rimanere ancora in giro.

Una volta tornata a casa si mise immediatamente all’opera, ricordandosi di tenere le finestre ben spalancate per poter vedere bene il cielo ed essere un po’ più vicina all’uomo che aveva saziato la sua sete di infinito.

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Maria Lai (Ulassai 1919 – Cardedu 2013) è stata un’artista italiana. Viene considerata una delle figure più significative del panorama artistico contemporaneo del dopoguerra. Tutta la sua produzione è stata influenzata dalle modeste origini sarde, per questo motivo ritroviamo spesso nelle opere l’utilizzo di tecniche e materiali legati al vivere quotidiano. Ceramiche, ricami, lavori di cucito e a telaio l’hanno aiutata a tessere ed impastare miti e ricordi sepolti nella memoria collettiva di una piccola società rurale che l’ha scelta come portavoce con il mondo esterno. Anche la geografia ed il paesaggio sono state delle componenti fondamentali nella produzione artistica di Maria Lai. Un chiaro esempio è il ciclo delle Geografie i cui quadri sono stati esposti alla Biennale d’Arte 2017 e hanno rappresentato il motivo ispiratore di questo racconto breve.

In copertina: Storia universale. Stoffa e filo, 1982. Foto: Studio Vandrasch.

Articolo di Elisabetta Ciavarella.

Elisabetta Ciavarella

Elisabetta, per gli amici assolutamente non Betta. Divoro libri a colazione, manuali di Anatomia a pranzo, a cena invece preferisco il cibo vero. Quando non scrivo, penso, quando non penso, scrivo. Credo fermamente nell'esistenza degli universi paralleli, nell'auto-ironia, nei numeri primi, nell'utilizzo corretto della punteggiatura, nel potere della Forza, nel numero 42, nell'equazione di Dirac, negli ossimori e nella serendipità. Mi piace definirmi senza troppe definizioni.