Le nostre idee ci restituiranno il futuro

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“Io penso che, non è che i giovani di oggi non abbiano valori. Hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capire bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”. Questo diceva Fabrizio De André a proposito delle nuove generazioni: troppo rimproverate, spesso sfruttate, molto sottovalutate. Bisognerebbe provare a capirle, una buona volta. Lo scrive uno che ha appena diciassette anni. Noi non abbiamo vissuto né la caduta del Muro di Berlino, né il mito degli Ottanta. Il Sessantotto, col carico di esaltanti leggende e sonore panzane sul suo conto, ce lo facciamo raccontare ormai dai nostri nonni. È vero, non siamo quelli delle occupazioni studentesche e dell’associazionismo ideologico. Ma non dimenticate che abbiamo fatto in tempo ad assistere al tragico crollo del simbolo dell’orgoglio americano nel mondo, all’evoluzione tecnologica galoppante e alla caduta dei giganti dell’economia mondiale: quindi qualche esperienza forte possiamo vantarla anche noi. Anzi, nessuno ne ha quanto noi, a parità di tempo trascorso. Capiteci. Non lo chiediamo, lo esigiamo. È vero, non si possono ignorare i giovani che non si curano di nulla al di fuori dell’interesse prettamente materialistico di collezionare inusitati modelli di smartphone, quelli che credono di cambiare solo con lo sdegno nel rifiutare l’impegno politico. Ma come credete che ci sentiamo noi, figli di un’epoca in cui veniamo nutriti a pane e consumismo, in cui il progresso è fine a se stesso e passa necessariamente per lo sfruttamento e la disuguaglianza? Forse pensate che sia semplice riporre la propria fiducia in tutto ciò che fino ad oggi ha solamente contribuito a rubarci ogni speranza, ogni fioca luce all’orizzonte del futuro: ebbene, non è così.

Piuttosto voltatevi verso i tanti di noi che si impegnano, che credono nel cambiamento attivo e ogni giorno si rimboccano le maniche, ognuno nel proprio piccolo, per fare qualcosa di concreto con un unico obiettivo, quello di rivoluzionare il sistema. Siamo ambiziosi ed utopisti? Esattamente, ed è un onore per noi. La rivoluzione non è “un’idea che ha trovato delle baionette”. Questa roba la diceva Napoleone due secoli fa, mentre sottometteva tutti i popoli d’Europa. La nostra rivoluzione non corre alle armi, ma ai libri. Perché il vero campo di battaglia non sono le strade delle città, ma le nostre menti. Siamo folli e sognatori, e ciò legittima la nostra voglia di cambiare. Non c’è nulla di più meravigliosamente rivoluzionario del sogno, in un mondo che ha relegato la normalità allo status quo e considera l’ambizione come un peccato da cui tenersi lontani. Adriano Olivetti, uno che nelle sue fabbriche ospitava gli artisti e permetteva agli operai di consultare una biblioteca, definiva l’utopia come “la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare”. Noi crediamo nella politica come la gestione vera ed onesta della città e dello stato, ma soprattutto come la prima paladina degli ultimi, coloro che non hanno voce, quelli del girone invisibili. Vogliamo un’economia che esca fuori dagli schemi utilitaristici dell’industrializzazione a tutti costi, con il suo fardello di ingiustizia e danni incalcolabili per l’ambiente. Siamo disposti a tutto in nome di quelle tre antiche parole che hanno animato il pensiero di tanti liberi sognatori e, purtroppo, riempito le bocche dei capipopolo: libertà, uguaglianza, fratellanza. Noi non dobbiamo commettere lo stesso errore di considerarle delle conquiste da strappare a unghiate, dal momento che la forza bruta non serve a nulla. Se impariamo a riflettere, sviluppare senso critico ed istruirci, non c’è nulla che possa fermarci. È per questo che da anni la scuola è così oltraggiata, spogliata di qualsiasi ruolo che dovrebbe invece avere. Il percorso scolastico dovrebbe essere, letteralmente, un ginnasio. Con ciò non intendo pubblicizzare sfacciatamente il liceo classico (che mi accingo a terminare), ma dichiarare che uno studente dovrebbe alzarsi la mattina ed essere consapevole di frequentare una palestra di vita, un luogo di crescita. Se affronteremo il futuro con questa prospettiva, seguita dalla collaborazione e dall’impegno attivo nella vita pubblica e privata, possiamo rendere possibile ciò che gli altri, per pigrizia o convenienza, hanno giudicato folle ed irrealizzabile: una realtà migliore, un’occasione, un’utopia.

Cresciuto a pane, Rowling e Topolino, grazie ai libri di Beppe Severgnini ho scoperto la mia grande passione, il giornalismo. Trascorsi nove duri mesi di scuola alle prese con Euripide e Cicerone, durante l'estate collaboro con diverse testate e scrivo racconti. Amo i libri di Stephen King, la saga di Rocky e soprattutto il rock. I miei sogni? Non hanno limiti. Se è vero che, come cantano gli Europe, siamo tutti prigionieri in Paradiso, allora sognare è il modo per liberarci. Che stiamo aspettando? C'è tutto il Paradiso che ci attende! Cell.: 3317181577 Città: Caltagirone (CT) Blog: prigionierinparadiso.blogspot.it