Le nuove schiavitù nel mondo globalizzato

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La schiavitù esiste ancora. Non sono più galeoni spagnoli con le stive cariche di schiavi incatenati o prigionieri di guerra venduti nei mercati dell’antica Roma. Sono altri, più moderni e meno visibili. Eppure, a scuola si studia che il 1848 è considerato convenzionalmente come l’anno in cui venne abolita definitivamente la schiavitù.

Ma la schiavitù esiste tuttora in molte regioni del pianeta ed è anche visibile lungo le strade delle nostre affollate ed evolute città. Ha un nome nuovo, noto alle polizie internazionali, nei tribunali, presso gli uffici delle Nazioni Unite e nel contesto delle associazioni e organizzazioni non governative che lottano per la tutela dei diritti umani: traffico di esseri umani. Sono questi gli schiavi di oggi.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che risale al 1948, precisa all’art. 4 che nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; e che la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma. Altre convenzioni e documenti ufficiali successivi di natura internazionale (la Convenzione Onu, siglata a Palermo nel 2000, per esempio) ratificano la condanna unanime al traffico di esseri umani, con cui la criminalità organizzata fa affari stratosferici, in modi sempre più aggressivi e violenti, adottando una pianificazione, che oltretutto si avvale dei più sofisticati mezzi tecnici (internet, ecc), sempre più perversa e per certi versi imprevedibile. Lo Statuto della Corte Penale Internazionale, all’art. 7, menziona e condanna «la riduzione in schiavitù», proprio facendo riferimento al traffico di persone, in particolare donne e bambini, a fini di sfruttamento sessuale e non solo.

I flussi migratori
Nella definizione di schiavitù, in passato, rientravano le nozioni di proprietà legale della persona e la discriminazione etnico-razziale. Il mercato e la tratta degli schiavi costituivano, pertanto, un fenomeno in cui lo sfruttamento di esseri umani derivava da una migrazione coatta, non voluta dalle persone rese schiave, per esempio, per il colore della pelle, per debiti contratti e non sciolti, o perché preda e bottino di guerra.
Il reclutamento degli schiavi, essere umani «deumanizzati», ridotti e trattati allo stato di cose, oggetti, merce, oggi, avviene invece perché ad agevolarlo sono le stesse volontarie migrazioni di persone che fuggono da situazioni e aree di povertà, sofferenza e vulnerabilità estreme, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Ma i flussi migratori, il più delle volte, non seguono i consueti canali legittimi, dunque incappano nelle tenaglie e nelle trappole della criminalità organizzata transnazionale, divenendo automaticamente utenti dei «servizi» offerti da organizzazioni criminali, che fanno degli sfortunati emigranti le potenziali vittime-oggetto del traffico degli esseri umani, della tratta degli schiavi del terzo millennio.

La schiavitù… nelle nostre case
Le forme di schiavitù realizzate con le più turpi soluzioni che fruttano guadagni da capogiro al crimine organizzato, sono le più eterogenee. Vanno dal mercato del sesso al lavoro forzato, sino al prelievo e compravendita di organi e tessuti umani. Sono da considerarsi schiavi chi è costretto lavorare in fabbriche clandestine, a praticare l’accattonaggio, o imparare a uccidere come nel caso dei bambini-soldato.
Anche se in maniera indiretta, queste forme di schiavitù, esistenti nel terzo millennio, entrano a far parte del nostro vivere quotidiano: basta fare uno spuntino con una banana, o fare colazione con una tazzina di caffè, per esempio, calpestare distrattamente un tappeto persiano che abbellisce il pavimento del nostro salotto, prendere a calci anche solo un pallone, indossare un gioiello o abbottonarsi una camicia, tirare una tenda, o regalare un giocattolo al proprio figlio per rendersi conto che dietro tutto questo è molto probabile ci sia lo sfruttamento di schiavi sudamericani, pakistani, indiani, cinesi, caraibici, in particolare donne e bambini.

Gli affari del crimine organizzato
Il traffico degli esseri umani è un’attività criminale, il cui volume d’affari è secondo solo, se non lo supera anche, a quello dello smercio della droga e la vendita di armi. Le mafie di tutto il pianeta, dalla yakuza giapponese alle triade cinesi, da quella colombiana a quella russa, ma anche albanese e italiana hanno scoperto che la tratta degli schiavi è il più lucroso business del terzo millennio. I guadagni si aggirano intorno a circa 13 miliardi di dollari l’anno. I trafficanti, i reclutatori e gli intermediari si prendono quote di denaro fra i 4 e i 50 mila euro per ogni essere umano trafficato. Le vittime sono identificate tra le migliaia di persone disperate, che emigrano dal Sud del mondo in cerca di benessere e una vita migliore verso l’Occidente: se donne o bambini è ancora meglio. La mafia agisce così capillarmente e puntualmente, attraverso la truffa, la minaccia, la violenza, nel trasferire illegalmente e come clandestini esseri umani da un posto all’altro del globo (esistono diverse rotte della tratta degli esseri umani e sono conoscibili anche attraverso internet), e poi li getta in pasto al mercato del sesso o allo sfruttamento di un lavoro non pagato e svolto in condizioni disumane. E allora ecco affacciarsi agli occhi di questi esseri umani disperati una realtà inquietante, che prende le forme dell’accattonaggio per le strade, del sesso a pagamento (la tratta delle donne (prostituzione) e dei bambini (pedofilia), della manodopera a buon mercato, delle adozioni illegali, dei matrimoni servili, del traffico di organi, dei bambini-soldato, dei bambini, addirittura neonati, utilizzati come fantini nelle corse di cammelli, ecc.

Stime Onu e Unicef
In Italia, pochi anni fa, si è stimato che 30 mila schiavi, vittime del traffico di esseri umani all’interno dei nostri confini, provenivano dalla Nigeria, dall’Africa orientale, dall’Europa dell’Est (Ucraina, Moldavia, Albania, Romania, Russia, Bulgaria), dalla Cina, dall’America Latina (Brasile, Argentina, Colombia, Ecuador, Perù). L’associazione britannica Anti-Slavery International ha reso noto che oggi come oggi 200 milioni di persone nel mondo sono rese schiave e vittime del traffico di esseri umani. Le stime Onu confermano il dato, ma la Bbc, in un documentario televisivo di sua produzione, denuncia che attualmente 250 milioni di bambini sono costretti a lavorare nelle più infamanti forme di sfruttamento. Sul versante del mercato del sesso l’Onu ha denunciato che nell’arco di un anno sono state rese schiave 4 milioni di donne, 2 milioni di bambine. I dati Unicef dicono che 246 milioni i bambini sono resi schiavi da una parte all’altra del pianeta (lavorano in agricoltura, nell’industria, nelle miniere, in fabbriche clandestine, fabbricano mattoni, giocatoli, tappeti, tende, scarpe, palloni, ecc., in condizioni ignobili, rischiando la disabilità a vita). Di questi 300 mila vengono sacrificati nei conflitti armati in Africa, in Asia e in Sud America, dopo averli plagiati, addestrati e drogati. Il sesso a pagamento contempla lo sfruttamento di 3 mila minori ogni giorno, 1 milione ogni anno. Queste stime segnalano che questa vergognosa realtà (la schiavitù del terzo millennio) non è un male del passato, è ancora più presente e raccapricciante di quanto non lo fosse stata quattro secoli fa all’interno delle staccionate delle piantagioni negli Stati Uniti del Sud o sotto i ponti dei galeoni spagnoli.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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