Le risposte che non arrivano

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Era già capitato ad Auschwitz qualche anno fa, ma adesso tocca a Dachau, un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato alla fine della guerra: quel celebre e ingannevole motto della follia nazista, Arbeit macht frei, Il lavoro rende liberi, è stato sottratto alla memoria e alla Storia, come se non bastassero le offese alla dignità umana che si sono consumate per anni nei lager sparsi in giro per l’Europa. Rectius quel che rimaneva di un’Europa martoriata dalla fame di conquista, dall’odio razziale, dall’incredibile pianificazione omicida di Hitler, Himmler e gli altri.Forse un giorno il “macabro cimelio” (così definito dal 99% dei quotidiani nazionali) tornerà di nuovo al suo posto. Non importa: resta il vilipendio, la violenza arrecata a un luogo che è innanzitutto luogo di preghiera.

Ho visitato Dachau nel maggio dell’anno scorso. Pochi chilometri da Monaco di Baviera, quella che considero ormai la mia città d’adozione (motivi familiari). Ultima decade di maggio, ma niente sole; solo freddo, nuvole, pioggia. Tornandoci a luglio, sono sicuro, il meteo sarebbe lo stesso, non cambia mai. Persino il sole è prigioniero.

Nessuna puzza di cadavere (come sostiene qualche sensibile visitatore, senz’altro più sensibile dei giapponesi in vacanza che scattavano foto di gruppo con sorrisi degni di una giornata al lunapark), nessun fantasma, nessuna sorpresa. Solo silenzio (giapponesi a parte), riflessione, preghiera. Già, perché a Dachau sono presenti almeno quattro luoghi di culto, oltre a un convento di suore di clausura che pregano ogni giorno per espiare i peccati di un mondo che sembra aver perso la propria umanità. Impossibile entrare a Dachau e non pregare. Pregare Dio, Allah, Buddha, non importa. Pregare se stessi, interrogare la propria coscienza in cerca di risposte. Risposte che, in realtà, non arrivano.

Non arrivano quando si ammirano le campagne bavaresi sul bus; non arrivano quando si appoggia la mano su quel freddo cancello d’ingresso; non arrivano quando si sosta nell’immenso piazzale colmo di ghiaia, il primo strumento di tortura per i prigionieri, costretti a rimanervi in piedi per ore a piedi nudi, senza nulla per coprirsi, con la pioggia o le bufere di neve.

Non arrivano risposte quando si visita il museo allestito negli ex “dormitori”, quando con una certa meraviglia scopri che in quel posto non vivevano solo ebrei e zingari, ma anche oppositori politici, italiani del dopo-armistizio, omosessuali, comunisti, disabili, religiosi di ogni stirpe e nazione, accomunati da “difetti” meritevoli di estreme sanzioni.

Le risposte non arrivano quando si esaminano le stanze degli interrogatori e delle torture, in cui la Gestapo faceva ciò che voleva di innocenti indifesi. Stanze con pareti scrostate senza neanche lo spazio per sedersi, dove i trasgressori delle più assurde regole del campo venivano tenuti senza cibo né acqua, in piedi, pronti a morire. Non arrivano risposte quando si osservano quelle tavole di legno su cui “dormire” insieme ad altri 300-500 sventurati, contro una capienza massima di 52 persone per camerata, senza alcuna intimità (decine di gabinetti in fila senza séparé) e con un codice di pulizia maniacale (una macchiolina sulle stoviglie significava un’ora al palo, come ebbe a dire il sopravvissuto Edgar Kupfer-Koberwitz).

Non arrivano risposte di fronte a quelle bocche nere, quei tunnel infernali così simili ai normali forni per il pane. E leggendo le testimonianze, scopri di persone uccise proprio davanti al proprio ardente supplizio, per rendere la morte più disperata e dolorosa. Nessuna risposta senti nell’anima quando ti parlano di un parco giochi adiacente al campo per lo svago dei figli degli ufficiali nazisti (proprio dove ora sorge il convento carmelitano), e neanche quando ti trovi di fronte a piccole “celle” per zanzare della malaria, da liberare contro prigionieri-cavie per i folli esperimenti del dottor Beiglböck.

Eppure la vegetazione è ricca a Dachau, i sentieri del perimetro sono suggestivi e ombrosi, mentre ruscelli di acqua cristallina scorrono placidi e ignari di tutto. Le risposte non sono neanche lì, nel vento. Perché non si può comprendere un dolore che non è di questa Terra.

Un giorno, forse, Qualcuno ce lo spiegherà.

 

(Foto di copertina: Fabrizio Margiotta)

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.