Le rose di Atacama

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È mattina. Ti svegli con l’ardente desiderio di conoscere storie, di ricorrere ad un moderno aedo che ti canti la vita, di interpellare un pittore che stenda colorate parole su una particolare tela, dura e grezza: la realtà. Vuoi conoscere il mondo, quello vero, autentico, distante anni luce dalle macabre fiabe che i moderni profeti del benessere ti vomitano addosso, con sapienza pubblicitaria e retorica spicciola. Hai voglia di conoscere Storie Marginali, storie di persone sconosciute che lottano, lavorano, sfidano i signori dell’odio con ancora sul viso i segni dei loro sforzi, non hanno conseguito master in importanti sedi universitarie europee, spesso parlano in versi o non parlano affatto. Non sono eroi romantici, non conoscono la stereotipizzazione letteraria, ma sono piuttosto raccontati con imprescindibile verosimiglianza da una penna sapiente, perché solidale; sapiente, perché lercia di sudore e sporca di fango; sapiente perché lontana dalle accademie; sapiente, perché immersa nella storia.

Le Historias Marginales di Luis Sepùlveda non sono solo storie isolate di eroi del quotidiano, ma sono storie che, nella loro impressionante brevità, contengono un unico filo  conduttore: la dignità. Una dignità che assume varie forme, certo – come nella storia del Professor Gàlvez, costretto ad un esilio assurdo e incomprensibile, che di notte sognava la sua vecchia scuola e si risvegliava con le dita sporche di gesso, o quella del poeta Avrom Sutzkever, divenuto simbolo della resistenza antinazista in Europa, dopo una tragica esistenza nei ghetti vicino Vilnius – ma comunque una dignità che lega tutti i personaggi, dalla Lapponia al Cile, dalla Russia alla Patagonia, passando per l’Italia, rendendoli una grande famiglia caratterizzata dalla imprescindibile appartenenza al genere umano (anche se c’è spazio, tra le storie, per il felino Zorba, già noto a chi ha avuto modo di leggere il racconto Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare), e dalla virulenta opposizione al nemico numero uno: l’oppressione.

Trentacinque mini-racconti carichi di grande poesia, e carichi, soprattutto, di una profonda etica della resistenza e della solidarietà, un’etica che si insinua nel sangue sconfiggendo la paura, il tradimento, il freddo dei sentimenti e arrivando, addirittura, ad anestetizzare il dolore. Come il dolore di Fritz Niemand, nome che l’autore traduce molto emblematicamente come Federico Nessuno, un bimbo utilizzato per anni come cavia nei laboratori nazisti, che, ormai diventato grande, vaga per la Germania cieco, “cercando le voci dei colpevoli, il tono del boia, il respiro degli assassini”, voci che, con il passare degli anni, sembrano moltiplicarsi, in un mondo che sta già dimenticando l’orrore delle torture e delle dittature, per affidarsi ad atteggiamenti nostalgici o a nuove forme di oppressione. La resistenza di questi piccoli grandi uomini è molto spesso pacifica, condotta con l’arma infallibile dell’informazione (che diventa, non a caso, il bersaglio prioritario di qualunque dittatura, anche di quelle che si velano di un ipocrita schermo democratico) e con l’arma, altrettanto letale, della solidarietà, che assume spesso le forme della condivisione, dell’amicizia autentica, fino ad arrivare al sacrificio estremo.

Sepulveda in particolare cita spesso, nelle sue storie, il “suo” Cile, macchiato dalla follia di Augusto Pinochet, uno dei più sanguinari dittatori del ‘900, responsabile della morte e della scomparsa di migliaia e migliaia di oppositori (il fenomeno dei desaparecidos credo sia, ormai, di dominio pubblico). Lo scrittore cileno, naturalizzato francese, conosce bene il significato della clandestinità, dell’esilio, della lotta, della perdita e della rinascita, dato che fece parte non solo del nucleo di guardie personali del presidente Salvador Allende (la prima vittima di Pinochet e “motivo scatenante” del golpe militare da lui diretto), ma anche dei movimenti clandestini cileni che si opponevano al regime. Questo gli valse mesi di torture, prigionia, condanne all’ergastolo (sventate sempre dalle pressioni internazionali), esilio. Queste storie marginali sono, dunque, anche la sua storia, la storia di persone che, come lui, non amano le ampollosità e i premi, ma il sacrificio e la dignità di un impegno che va oltre la caducità della vita, perché risiede negli ideali che distinguono l’uomo dalle bestie, quelle antropomorfe armate di motosega (Sepulveda fa spesso riferimento alla deforestazione e ha prestato per anni le sue braccia a Greenpeace). Storie marginali di uomini che stanno spesso ai margini del mondo e della società, ma che di quel mondo, di quella società, rappresentano il cuore pulsante e la dimensione più pulita, più nobile, più umana.

Uomini che somigliano molto alle rose di Atacama (questo il titolo italiano del libro, Le Rose di Atacama)…

“Eccole. Sono le rose del deserto, le rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios Atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta all’anno. A mezzogiorno il sole le avrà già calcinate”

… ma che si distinguono per un dato fondamentale: il sole a mezzogiorno non li può calcinare, può solo bruciargli la pelle e prepararli ad una nuova giornata di lavoro e di lotta.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Le rose di Atacama
Autore: Luis Sepulveda
Genere: Racconti
Editore: TEA
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 170
Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.