Le Variazioni. Goldberg, Bach, Gould.

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Gli ottimi musicisti studiano, interpretano, brillantemente eseguono.
Gli artisti sfidano, compongono, drammaticamente generano.

Ma se ti trovi di fronte a Bach, cosa puoi generare?
Bach: il genio del contrappunto, della fuga, del corale, della nostra musica, l’autore di infinite opere per clavicembalo, organo, orchestra, quartetti, trii, cori.
Bach: uno dei colossi, forse il colosso, della musica occidentale. Tutti, dopo di lui, hanno dovuto confrontarsi con l’intero capolavoro della sua produzione, ora seguendone le strette leggi armoniche e contrappuntistiche, ora opponendosi ad esse.
Bach: colui riguardo al quale Albert Einstein si espresse così: “Cosa dovrei dire riguardo il lavoro di una vita di Bach? Ascoltalo, suonalo, amalo, adoralo. E stai zitto!”. E stai zitto. Come davanti a una statua granitica la quale sembra intimarci di alzare lo sguardo, distogliere il pensiero dalle nostre idee piccole, piccole, e, semplicemente, contemplare.

Glenn Gould era un ottimo musicista. Curioso della passione per il pianoforte che animava la madre, con lei mosse per la prima volta le piccole dita sulla tastiera, ebbe poi l’opportunità di studiare, sin dall’età di dieci anni, presso il Royal Conservatory of Music di Toronto, sotto la guida di illustri insegnanti. A quindici si esibì nel suo primo concerto da solista, venendo additato come uno straordinario talento. Tuttavia la vita da concertista non gli si addiceva, i grandi auditoria non rendevano giustizia al tipo di suono che egli desiderava: le sconfinate sale da concerto richiedevano sonorità intense, dinamiche contrastanti, mentre ciò a cui il Nostro ambiva era la pulizia quasi maniacale di ciascuna nota contro qualsiasi eccesso romantico, il sapore schietto e deciso che, all’epoca di Bach, il clavicembalo poteva regalare. Per questa sua personale ricerca, che convogliava in sé due esigenze, l’una tecnica e l’altra espressiva, Gould si allontanò progressivamente dagli ambienti dei teatri, per dedicarsi alle incisioni discografiche, in piccoli studi di registrazione.
Eppure, Gould non era soltanto un ottimo musicista. Amava, sopra ogni altro, Bach, ma, per sé, Glenn Gould, Bach non era sufficiente a Bach. Non gli bastava guardare il monumentum del compositore settecentesco poiché, ammirandolo, non riusciva a stare zitto. Tanto da incidere le Variazioni Goldberg cantandole.

Prima che Gould le registrasse, prima nel 1955 e, nuovamente (cosa rarissima nella discografia dell’interprete canadese), nel 1981, tale opera bachiana era nota a pochi specialisti, essendo essa considerata come un esercizio ripetitivo, meramente tecnico. Furono le analisi stilistico-critiche novecentesche e, sopra tutte le altre, le incisioni di Gould a riportare alla luce l’amplissimo contenuto emotivo delle Variazioni. L’Aria con diverse variazioni – questo, infatti, era il titolo concepito originariamente dall’autore per la raccolta – comprende trenta variazioni su un unico tema, l’aria, appunto. Nessuna melodia o canto è il motivo conduttore dell’opera, come si riscontra tradizionalmente nei temi con variazioni contemporanei all’autore, bensì lo è un elemento più introspettivo e radicale: la linea armonica tracciata dalla voce del basso che lega vitalmente ciascuna variazione – eccezion fatta per l’ultima, il “quodlibet” – all’Aria. Aria che apre e conclude l’opera, come a segnalare una circolarità, un ritorno, nonostante gli equilibrismi esibiti nel corso delle trenta acrobazie. Un capolavoro in sé, partorito dalla mente del genio tedesco, che si è guadagnato pagine e pagine di critica musicale, anche per la straordinaria architettura ideata a costruirlo.

Ma Gould le rese le sue Variazioni. Goldberg, Bach, Gould. Scattante, veloce, aguzza l’incisione del ’55, meditata, profonda, sofferta, invece, quella dell’’89. Meditata, profonda e sofferta perché tale era divenuta la riflessione su Bach nel corso della carriera di Gould come concertista, in primis, poi, progressivamente, come artista quasi ossessivamente concentrato sulle sue registrazioni. E la profondità non è mai invisibile.
In Gould questa si è trasformata innanzitutto in suono, nella ricerca di un tocco tutto personale del pianoforte, un approccio inconfondibile al tasto dello strumento; ma, sopra ogni altra cosa, si è trasformata in canto. Ascoltando le Variazioni nell’interpretazione del pianista canadese, in particolare nella sua ultima incisione, si ode, più o meno presente, un sussurro, un vocalizzo, un leggero mormorio. Nulla di codificato e di descrivibile, piuttosto “una naturale movenza dell’inconscio”, come amava rispondere Glenn Gould alle perplessità dei discografici che più e più volte tentarono di eliminare tali “impurità” dalle registrazioni da mettere in commercio. Impurità irrispettose del monumentum bachiano poichè nulla si poteva aggiungere ad esso, pena sacrificarlo e profanarlo. Eppure, quei delicati sospiri, quelle note mugugnate rendono le Variazioni il loro capolavoro, di Bach e Gould, come a dire, da parte dell’interprete, che la tastiera di un pianoforte è insufficiente a rendere l’imponenza e la genialità dell’opera di Bach. Serviva la sofferenza di un lamento sommesso, di una voce fusa insieme a quelle magistralmente composte dall’autore, per rendere le Variazioni Goldberg non più soltanto l’eccezionale partitura dell’originale, ma un’opera impreziosita e resa viva dall’interpretazione di un vero artista.

Perché la partitura non basta agli artisti, essi meditano, generano, cantano.

 

Penso che, se mi fosse chiesto di passare il resto della mia vita su un’isola deserta, e di ascoltare o suonare la musica di un compositore durante tutto quel tempo, il compositore sarebbe quasi certamente Bach. Davvero non riesco a pensare di una qualsiasi altra musica che sia così totalizzante, che mi commuova così profondamente e in modo così coerente, e che, per usare un termine piuttosto impreciso, sia prezioso al di là di tutta la sua abilità e brillantezza per qualcosa di più significativo di questo: la sua umanità.

Glenn Gould

Mi piace scrivere e leggere tutto ciò che stuzzica la mia curiosità, motivo per cui ho deciso di studiare Fisica. Amo la musica, in particolare quella classica: suono il pianoforte e canto come soprano in un coro da camera.

  • Dom

    Gentile Eleonora, Ti segnalo Il soccombente di T. Bernhard.
    Grazie delle Tue riflessioni e complimenti.
    Domenico