L’educazione e l’amore al tempo delle caffettiere!

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Quando i miei alunni mi chiedono se devono per forza svolgere un compito, io rispondo sempre (ma in realtà loro la risposta la conoscono già!) che non devono farlo “per forza” ma “per amore”. Così, dopo una bella risata, svolgere quel compito sarà tutto un’altra cosa, seppur noioso o pesante. Per amore. Non credo esistano altri atteggiamenti possibili e la vita stessa ce lo dice nell’ambito dei nostri affetti più cari. C’è la pazienza dei genitori dinanzi alle mille domande dei figli che crescono; c’è la cura premurosa della mamma, della moglie, della nonna che sanno prevedere – incredibile ma vero – ogni esigenza prima che questa venga espressa; c’è la sopportazione paziente e reciproca di due coniugi che imparano a conoscersi o delle sofferenze che prima poi toccano tutti; c’è la speranza totale e totalizzante su cui ogni famiglia fonda il presente e sogna il futuro. Ci siamo noi: che fare? La scelta non è e non sarà indifferente per noi stessi e per chi ci circonda.

Durante le feste, visitando alcuni amici, sono rimasto colpito da una cosa apparentemente normale: le macchinette del caffè moderne hanno fatto perdere il gusto dell’attesa dinanzi ad una caffettiera, hanno reso tutto più immediato e veloce. Cosa c’entra il caffè con l’amore? Ecco una chiave di lettura. Una volta c’era chi doveva preparare il caffè in famiglia: a chi tocca oggi? Bisognava stare attenti a preparare bene il dosaggio perché uscisse fuori il caffè. C’era la scelta della qualità giusta. C’era il rumore del caffè che saliva. C’era chi si scottava toccando la caffettiera? C’era da suddividere nelle diverse tazze. C’era il profumo che si spandeva in tutto l’ambiente. C’era il caffè pronto da gustare. C’era la caffettiera – ahimé – da pulire, ma questa è tutta un’altra storia!

La nostra storia invece, in parallelo, ci dice che è bello preparare il caffè, cioè è bello mettersi in gioco e scommettersi nell’educazione con cuore libero, sincero, disponibile e gratuitamente. Ci dice che oggi tocca a me fare il caffè, così come tocca a me educare, prendermi cura, chinarmi per sollevare chi è più piccolo o è nella sofferenza, tocca a me e non ad un altro, tocca a me e, se non lo faccio io, non lo faranno altri probabilmente. Ci dice che il caffè va messo con misura nella caffettiera, cioè richiede equilibrio e sapienza nell’educare, ma non tiepidezza nelle decisioni, nelle indicazioni, nei richiami, nei consigli. Ci dice che la qualità della miscela è fondamentale, cioè che una relazione educativa è costruita spendendo bene il tempo non occupandolo con qualcosa da fare finché non passi, rendendosi creativi e fantasiosi, mettendo al centro l’altro e non se stessi. Ci dice che sentire il rumore aiuta a capire quando il caffè è pronto, cioè che “sentire” nell’educazione è “ascoltare” ogni battito del cuore, “ascoltare” il detto e il non detto, che “ascoltare” è saper fare silenzio al momento giusto e parlare senza riempire l’altro di parole. Ci dice che ci si scotta pure, cioè che spesso non tutto va bene, ci arrabbiamo, siamo stufi, ma possiamo sempre ricominciare, ricominciare per primi, chiedere scusa e ripartire meglio di prima. Ci dice che il caffè va condiviso, cioè “io sono per te e tu per me” e allo stesso tempo che non si educa da soli ma insieme come famiglia e comunità. Ci dice del profumo per tutta la casa, cioè il profumo della gioia, della serenità, dell’accoglienza, l’aria buona dell’entusiasmo e del sano protagonismo che ci fanno sentire bene, creando familiarità dovunque, familiarità coinvolgente. Ci dice che il caffè è pronto ed è buono, così come la nostra vita deve essere buona e disponibile al dono per gli altri.

Io scelgo il dolce aroma del caffè e tu?

Ufficialmente Prof. di Lettere in un liceo di Catania, quando mi tolgo gli occhiali, entro in una cabina telefonica e indosso una tuta col mantello sono anche giornalista, scrittore e educatore...o forse è il contrario?! Sicuramente mi piace vivere con i piedi per terra, lo sguardo in cielo e le maniche rimboccate per agire.