L’era dell’educazione tascabile

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Con gli oggetti scolastici ho sempre avuto rapporti burrascosi. Credo che possiate capirmi quando vi dico che la mia tendenza al dimenticare in ogni dove un oggetto aumenta considerevolmente se questo risulta anche solo minimamente collegato alla sfera scolastica. Sono certa di non essere l’unica ad avere questo tipo di problema: ne sono la prova i componenti dell’equipaggiamento da ginnastica che puntualmente ti ritrovi nel sottobanco, svelandoti il mistero di quello strano odorino di cui incolpavi il malcapitato compagno di banco di turno. Solitamente aspetto che gli oggetti dispersi ritornino perché, Luna Lovegood docet, alla fine trovano sempre il modo di tornare da noi, anche se non sempre come ce l’aspettiamo. Peccato che se è il libro di latino a decidere di perdersi, forse attendere che raggiunga il tuo sottobanco non è l’idea più saggia. Così ho dovuto letteralmente ribaltare la libreria, per poi scoprire che il mio libro era sotto al banco di quello seduto davanti a me.

Oltre al sollievo di aver ritrovato i miei preziosissimi appunti -per non parlare delle maledizioni scritte tra una riga e l’altra delle versioni di Cicerone- mi è essenzialmente venuto parecchio da ridere. Ho pensato al ministro Profumo e al suo brillante decreto che a partire dall’anno scolastico 2014/2015 congederà i libri di testo per abbracciare finalmente la filosofia del tablet. E posso assicurarvi che brillante non ha nulla di intrinsecamente polemico: credo davvero che si debba avere una mente eccelsa e uno sguardo proiettato al futuro per pensare ai tablet quando ci sono edifici che cadono a pezzi. Nella mia scuola, che tutto sommato non è messa poi così male, due settimane fa una finestra ha deciso di fare una passeggiata ed è letteralmente saltata fuori dal suo supporto. Senza soffermarmi sui tempi di reazione di chi di dovere (tanto li conoscete tutti), nessuno di noi ha pensato “caspita, in questa scuola ci sarebbe proprio bisogno dei tablet”. Cioè, magari se ce li mandavano ci tappezzavamo la finestra, tanto fanno luce lo stesso.
Un altro aspetto che andrebbe considerato è proprio quello della luce. Non penso ci voglia una laurea in oculistica per affermare che passare ore davanti a una fonte luminosa come quella dello schermo di un computer non fa bene agli occhi. Figuriamoci studiarci sopra: non a caso i lettori e-Reader hanno una particolare illuminazione che non danneggia gli occhi e non provoca emicranie se ci si deve leggere sopra per più di un’ora. C’è da dire che, nonostante alcuni supporti abbiano la possibilità di connettersi a internet, non hanno ancora i colori: ma non preoccupatevi, ci stanno lavorando.

Insomma, una riforma di questo tipo va pensata bene in modo da limitare innanzitutto i danni alla salute e poi un inutile spreco di denaro a carico di scuola e famiglie. Tra le tesi a favore del decreto c’è infatti un presunto risparmio sulla spesa scolastica dei libri. Innanzitutto perchè l’utilizzo dei tablet sia in qualche modo effettivo, le scuole dovranno mettere in piedi dei corsi di formazione per i docenti. Già l’arrivo delle lavagne multimediali (LIM per gli amici digitali) ha seminato il panico perchè fondamentalmente nessuno le sa usare: i tecnici dei laboratori informatici, quando ci sono, improvvisano e alcuni insegnanti pensano che siano I-pad giganti e cercano di sfondarli a suon di ditate. Insomma gli unici che sanno smanettarci sono i nerd di turno e i professori che hanno seguito corsi di guida per l’uso. Per quanto riguarda la spesa familiare, nutro anche lì dei seri dubbi sull’effettivo risparmio. Magari costano meno i libri, però per le visite dall’oculista non funziona presentare il tablet per ottenere uno sconto. E certamente non penso che la scuola te ne regali un altro se per caso ti capita di lasciarne uno in un sottobanco, e fidatevi che quello non lo ritrova neanche Harry Potter con la sua bacchetta magica. Perchè il decreto comincerà ad essere applicato a partire dai futuri bambini di prima elementare. Se facciamo un calcolo probabilistico della speranza di vita di un tablet nelle mani di un seienne, considerando che per un liceale un qualsiasi dispositivo touch riesce a sopravvivere finchè il soggetto in questione non si dimentica di averlo nella tasca posteriore e ci si siede comodamente sopra, penso che la percentuale di salvezza sia pari a quella che camminando vi cada un vaso in testa. E questo non lo dico perchè nutro scarse speranze per le generazioni future ma perchè dalle elementari ci sono passata, e sono sicura che c’è stato anche il ministro Profumo, anche se magari non se li ricorda bene quei tempi. Per descriverli con un aggettivo: distruttivi, specialmente per i maschietti.

Adesso potrei lanciarmi in una bellissima e poetica lode alla fisicità del libro, al bisogno di avere delle pagine vere da sfogliare, di poter deturpare i volti stampati degli autori latini durante le ore noiose, all’inimitabile odore che ogni libro ha. Ma non lo farò perchè mi sento ancora più ispirata. I libri sono un po’ come gli amici, quelli veri però. Puoi trattarli male e tirarli in giro per la casa se sei nervoso, sono un’ottima arma contro chi ti molesta, ti fanno da palo quando devi studiare un’altra materia che non c’entra un tubo con l’ora in corso, ti coprono se giochi con l’I-pod, puoi addirittura ignorarli e cercare di perderli. Però loro tornano sempre da te. Il tablet è l’amico possessivo, quello che vuole tutta la tua attenzione ora e subito e provaci solo a trattarlo male. Sì, prova a tirarlo in testa al tuo compagno di banco se ti sta dando fastidio, vedi come si offende ed entra in sciopero perenne. Prova ad abbandonarlo, troverà subito qualcun altro.
Insomma il tablet è uno strumento potente ma, come tutti gli strumenti potenti va saputo utilizzare. Perchè altrimenti prevale la tentazione di usarlo per scopi ludici, non sapendone cogliere il lato educativo. Però avere un oggettino luminoso che ti fa vedere l’inimmaginabile non è nulla se non c’è un ambiente adatto ad utilizzarlo al meglio. Sarebbe come inviare una fornitura di banchi in un villaggio africano dove probabilmente neanche hanno un tetto sotto cui fare scuola. Il risparmio, perchè alla fine ruota tutto intorno a questo come sempre, potrebbe cominciare dal diminuire le nuove edizioni dei libri di testo in cui cambia solo l’impaginatura e la copertina, permettendo il riutilizzo di testi tra fratelli o amici. Poi al tablet ci penseremo, se davvero ce ne sarà bisogno.

Federica La Terza

Una fonte inesauribile di idee che sprizzano fuori dalla mia testolina in una cascata di ricci. Ho tre grandi passioni di cui sono certa non riuscirò mai a fare a meno: la lettura, il karate e la pittura. Sono estremamente curiosa e assetata di conoscenza come una bimba nei suoi primi anni di vita. E come i bimbi ho un caratterino mica da ridere…

  • Mi dispiace, ma non condivido. Sono stato in Messico quest’anno e lì è già stato avviato un progetto che consiste nell’utilizzo dei tablet sin dai primi anni di scuola elementare. Stesso valgasi per una scuola che ho avuto modo di visitare in Svizzera e nella maggior parte delle scuole statunitensi. E il livello della loro istruzione é di gran lunga maggiore del nostro, non per i tablet, ma ma per la responsabilizzazione dei giovani. É sufficiente che agli studenti vengano forniti tablet con un blocco che impedisca di scaricare materiale a loro futile. Capisco che i libri potrebbero perdere il loro fascino in un’edizione digitale, ma la scuola non é fascino. E secondo alcuni studi si alzerebbe molto il livello coinvolgendo gli studenti attraverso materiale che li attrae. Nonostante ciò l’articolo é scritto a mio avviso in maniera coinvolgente.

  • Federicaa

    Condivido il tuo ragionamento: è la logica delle chiavi di casa, che sono un po’ l’emblema dell’indipendenza e della responsabilità. Certo è che per diventare responsabile le chiavi te le devono dare, su questo non c’è dubbio. Così come impari a portartele sempre dietro se non vuoi rimanere fuori di casa.
    Però io credo che il problema sia nel come vengono dati questi strumenti, se chi te li dà è in grado di mostrarti il loro potenziale che vada al di là del gioco. Ho trovato anche io diversi studi, condotti in scuole britanniche e francesi, che da un lato dicevano proprio quello che hai detto tu, cioè che il livello di coinvolgimento era più elevato, dall’altro però sottolineavano scarsa competenza del corpo docenti (giustificatissima) e la diffusione di applicazioni poco utili.
    Su una cosa sono assolutamente in disaccordo con te. La scuola non è fascino?!? E la conoscenza che cos’è? Le relazioni che si creano tra quelle quattro mura? Io almeno un pizzico di fascino nella scuola lo vedo eccome 😉