Lettera a cuore aperto

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Caro Amico Migrante,
scrivo a te, in bilico tra la salvezza e il pericolo, tra la terra e il mare, tra la vita  e la morte. Scrivo a te che sei stato scelto dal destino e ce l’hai fatta, sei sceso da quel guscio di noce pericolante che comunemente definiamo barcone e i tuoi piedi scuri hanno toccato terra.

E cosa ti sei lasciato alle spalle? La guerra, la fame, le tue poche e fragili certezze, e in mare amici meno fortunati di te. Chi lo sa se ti senti fortunato in una situazione così, avvolto in una coperta e solo, circondato da tanti ma solo dentro, di quella solitudine che è uno stato mentale, che è assenza di tutti gli ingredienti della felicità, di tutti i tuoi cari che la componevano.

Ti ho visto al telegiornale: avevi gli occhi stanchi, tristi.
Davanti a te cronisti inquadrati da telecamere indiscrete, pronti a intervistare l’eroe del giorno, la donna che ti ha passato la coperta, il ragazzo che ti ha dato qualcosa da mangiare; nessuno che pensi che la bontà sia un dovere quotidiano, nessuno che spenga i riflettori e venga a darti una mano piuttosto che fare la telecronaca della tua tragedia da dietro le quinte.

 

Non curartene, non pensare a quelli che ti danno del marocchino anche se non vieni dal Marocco, come se l’Africa avesse un solo paese e non fosse un continente variopinto e ricco di etnie e di culture; non pensare a quelli che ti danno del nero, quando il bianco delle loro carnagioni è sintesi di tutti i colori, anche del tuo. Ignora pure i finestrini che si sollevano davanti alla tua richiesta di carità, i tergicristalli che spazzano via il tuo bisogno di aiuto, gli sguardi sprezzanti, gli insulti razzisti e la mimica facciale di chi si allontana da te come da un cassonetto maleodorante.

Fai spallucce, sorridi e ricordati il meglio.
Ricordati di sognare, se puoi, anche se ti sembrerà ridicolo; trovane il tempo: ne vale la pena. Fotocopia il sorriso delle persone che ti amano, quello disinteressato e semplice di chi vuole farti del bene, e incollalo sul tuo viso, non lasciare che il vento della cattiveria altrui te lo porti via.
Cerca la felicità vera, non quel fac-simile che i ricchi credono di possedere accumulando denaro, proprietà private e illusioni; cercala nel sole che ti illumina, negli alberi che ti fanno ombra, nella speranza che infonde un abbraccio; cercala in quello che sei e non in quello che potresti essere in un posto migliore, cercala adesso e qui, non domani e altrove.
Cercala, e se la trovi spezzala e distribuiscila anche agli altri, perché essa non segue regole matematiche ma, se divisa, raddoppia.

E raccontami il tuo paese, siediti e spiegami tutto, il meglio e il peggio, raccontami della gioia e della paura, degli spari e delle fughe. Parlami dei tuoi bambini, non importa se non capisco bene i loro nomi, descrivimi le loro risate purissime e bianche e, se ti serve piangere puoi farlo, ti ascolto e ti aspetto. Forse solleverai gli occhi neri e imbarazzati e ti sentirai troppo al centro della conversazione, allora la sposterai su di me, mi chiederai di raccontarti qualcosa. E forse non mi verrà in mente molto, allora risponderò con un silenzio piuttosto eloquente. Penserò alla mia vita senza grandi avventure, al mio paese che si piange addosso per la crisi economica e mai per quella di valori, ai cellulari touchscreen e alle scarpe firmate di chi mi circonda, e saprò considerarti un eroe. Non perché tu sia sopravvissuto senza tecnologia né ricchezza, ma perché sei forte e lo sei stato da sempre, perché, piuttosto che compiangerti, hai scelto di alzarti e andare avanti.

Sei eroe più dei plastici divi televisivi, più dei comici e cantanti famosi che entusiasmano le folle da dietro gli schermi, lo sei più dei battitori di record mondiali, dei sollevatori di pesi massimi, dei premi Oscar e Pulitzer e dei nobel per la pace.
Lo sei per il semplice fatto che riesci a sorridere e, se lo trovi tu un motivo per sorridere, allora lo ha anche ognuno di noi.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.