Lettera a Dio, Dal Conte Ugolino

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Mittente:

Conte Ugolino della Gherardesca

IX Cerchio dell’Inferno, frazione Antenora

Destinatario:

 Signore Padre onnipotente

Empireo

Beatissimo Padre Eterno,
Vi scrivo non per rivolgerVi una preghiera, né per presentarVi una richiesta di sconto della mia pena, ma per renderVi edotto intorno ad un’ingiustizia molto grave che ha macchiato la mia reputazione per secoli.
Il mio nome è Ugolino della Gherardesca e giaccio conficcato nel ghiaccio nelle profondità dell’Inferno; nel nono cerchio, per l’esattezza, poco al di sopra del Vostro antico Angelo, quello più bello, il primo Rinnegato della storia dell’Universo, Lucifero. Sia chiaro: ho solo saputo che siamo vicini, perché non ho mai avuto il disonore di conoscerlo.
Mi trovo qui ormai da più di sette secoli e Vi starete sicuramente chiedendo per qual motivo farVi sentire la mia voce di protesta solo ora.
Inizio il mio discorso scusandomi per i terribili errori di ortografia a cui inevitabilmente andrò incontro nella stesura di questa lettera. Sono tragicamente mortificato, ma sto scrivendo in condizioni molto difficoltose, seppur ovviamente giuste perché imposte dalla Vostra volontà. Non sono, infatti, seduto a un tavolo con penna, carta e inchiostro, ma scrivo con le dita, intinte nel miscuglio di sangue e altre cose dell’uomo a cui ho il compito di divorare la testa per l’eternità: l’arcivescovo Ruggieri. Inoltre i miei occhi sono rivolti verso il mio pasto e non mi è assolutamente permesso di volgerli altrove.
Sono quindi nell’impossibilità di rileggere questa lettera e sarò costretto a scriverla di getto e anche in fretta, dato che non mi sono stati dati più di cinque cicli di rimarginazione della testa del prete per scriverla.
Infine spero possiate perdonarmi per il mio linguaggio aspro e chioccio, ma sono convinto che i Ministri Infernali e i vostri sottoposti, lì, nel Cielo, si premureranno di riadattare e correggere questa lettera, rendendola più dolce e adatta alla Vostra lettura.
Speravo, al momento della mia morte, di potermi liberare dei terribili orrori che ho dovuto vivere nell’ultimo periodo dell’altra mia vita. Ma così non è stato. Anzi, la situazione si è amplificata, è peggiorata, e quella che per me sembrava la punizione peggiore si è tramutata nell’anticamera di una pena inimmaginabile. Ho passato centinaia e centinaia di anni qui, nelle viscere più profonde della Terra, a rosicchiare un cranio, a dolermi della mia colpa, a soffrire pene indicibili. Di ciò non mi lamento. So che questa è la scelta che è stata compiuta per me e sono rassegnato a vivere l’eternità in questa condizione. Non posso far altro che accettarlo.
Quello che però non posso accettare è che il mio nome sia stato vituperato per secoli e ancor di più non posso accettare che Voi, pur conoscendo la Verità, lo abbiate permesso.
Dopo la mia morte terrena sono giunto qui, nell’Antenora, e per un certo periodo ho scontato la mia pena, seppur con terribile dolore, in pace, senza essere disturbato dagli altri dannati. Poi, è un ricordo ormai molto vago, ho raccontato la mia storia, con dovizia di particolari, a un uomo di passaggio. Credo fosse un fiorentino. Non so altro di lui. Ma so che da quel momento il mio soggiorno qui è decisamente cambiato in peggio. Per un lungo periodo i dannati, via via che arrivavano, mi hanno scrutato con sprezzante curiosità; alcuni hanno perfino osato insultarmi. Tutti sapevano la mia storia, nei minimi dettagli, ma in modo deformato.
Qualche tempo fa, non so dire se cento anni o un mese fa, ho finalmente chiesto a un mio compagno di pena come facessero tutti a sapere per filo e per segno la mia storia. E siccome era italiano, e parlava la mia lingua (se devo dirla tutta, Signore, nell’ultimo periodo, in questa zona dell’Inferno, è arrivata una mole impressionante di Italiani), mi ha risposto subito dicendomi che un certo Dante Alighieri, ormai settecento anni fa, ha scritto un poema sull’Aldilà e che, nella rassegna dei dannati, ha nominato pure il sottoscritto. Anzi, un intero episodio del suo poema è stato dedicato alla storia della mia morte.
Dunque il fiorentino che ricordavo era questo Dante!
Nel raccontare la mia storia, però, questo vile scribacchino ha completamente stravolto le mie parole, suggerendone un’interpretazione completamente errata e, se volete sapere il mio personale parere, molto comoda per i suoi propositi.
Pare che mi abbia fatto passare alla storia come il cannibale per eccellenza, come un essere mostruoso che ha divorato i suoi figli, come un vile dannato a cui non è possibile dedicare neanche una lacrima, neanche un briciolo di compassione.
Sono un traditore della patria; è questo il peccato per cui sono punito da tempo immemore, ma non ho mai avvicinato la mia bocca ai miei figli e nipoti. Neanche per idea! Non posso accettare che mi si accusi di questo!
A proposito dei miei compagni di cella, di cui non so più nulla dal momento della loro morte, voglio che sappiate che non erano affatto tutti miei figli e non erano neanche di tenera età, come quello scrittore da quattro soldi vuole far intendere. Dante Alighieri ha distorto la realtà per i propri fini; è anche lui un traditore, un traditore dei fatti!
Mi è stata riferita, in particolare, una frase che io ho effettivamente detto e che è la seguente: “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”. Questo verso del poema è stato variamente interpretato nei secoli, a quanto pare. Ebbene squarcio io il velame su questo mistero: ciò che volevo intendere era che è stato il digiuno a darmi la morte, dopo che il dolore non ci era riuscito. Il significato è chiaro e trasparente. E invece Dante ha reso criptica ed enigmatica la frase. Ma ciò che io intendevo dire è che sono morto di fame e non che la mia fame mi ha spinto a divorare la mia stessa carne.
Posso solo appellarmi alla Vostra divina onniscienza e ricordarVi infine, se in questi secoli lo avete per caso dimenticato, che al momento della mia prigionia la mia età sfiorava i settant’anni e la mia bocca non era per niente adatta al cannibalismo: come avrei potuto strappare (solo il pensiero mi fa rabbrividire) le carni dei miei parenti con i pochi denti che mi restavano attaccati alle gengive?
Con la speranza che il mio nome possa essere riabilitato e con l’augurio che quello di Dante Alighieri possa essere ora disprezzato da Voi, Altissimo Padre, per i suoi errori e le sue viltà,

Vi ringrazio per l’attenzione e Vi saluto rispettosamente.

Conte Ugolino della Gherardesca

Articolo scritto da Luca Baeli

Cogitoetvolo