Lettera a Marte

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La guerra è una brutta piaga da eliminare, ecco perché ho scritto a Marte, il dio romano della guerra.

Marte, vorrei dirti due paroline. Mi stupisco che, in migliaia di anni, nessuno lo abbia mai fatto. Mi importa poco che tu sia un dio e che tu abbia delle amicizie molto in alto. Voglio sfogarmi. Mi spiace solo di non poterlo fare di persona. Sono secoli ormai che non prendi più appuntamenti. Con la scusa del Cristianesimo hai finto di non esistere e sei sparito. Non te la prendere se ti dico che a nascondino non ci sai proprio giocare. Non ti sai camuffare. La tua presenza è troppo ingombrante. Purtroppo non sei mai andato via. Hai solo cambiato sembianze. Quegli idioti degli antichi Romani ti adoravano. Che stupidi! Come si fa ad adorare la guerra? Come si fa a pregarla? Questi antichi dovevano essere proprio fuori di testa per arrivare ad osannarti. Credo avessero tanta paura di perdere le battaglie e affidavano a te la loro vita. Altro che buoni auspici…

I Romani mi sembrano tanto leccapiedi quanto scaramantici: sono arrivati al punto di dedicarti il nome di un mese, di un giorno, di un pianeta e di diverse popolazioni. E cosa hanno guadagnato facendo i ruffiani con te? La gloria eterna? Il potere? Può darsi. Ma non ne vale la pena. La storia insegna che la guerra porta solo fame, sofferenza e morte. Non mi aspetto che tu, essere immortale, possa comprendere l’atrocità delle sofferenze umane. Ti sei mai immedesimato in un povero bimbo nato nel bel mezzo della guerra? Quel puer in vita, se mai dovesse sopravvivere, pagherà delle colpe che non sono sue. Patirà le pene dell’inferno. Non pensare che il pianto di un bambino sia la cosa meno grave di una sciagura. Le lacrime innocenti trascinano con sé la felicità e la sanità mentale. Chi vive la guerra non torna a vivere una vita serena. Figuriamoci poi se è un bambino. Non vivrà mai la serenità. Da fanciullo, non conoscerà candidi sorrisi, ma ferite vermiglie.

Ma che te lo dico a fare? Tu coi bambini hai un rapporto diverso. Romolo e Remo sono tuoi figli. Romolo non è altro che un fratricida capostipite di un popolo di legionari. Mi sembra quasi inutile continuare il discorso. Tu vai fiero delle tue “gesta” e della tua prole. Hai generato il Terrore e la Paura, due figli che come te si sono ambientati bene nel nostro mondo. Sembrano gemelli, ma non lo sono. Il Terrore, crea scompiglio tra le masse, sradica ogni logica e toglie le certezze. La Paura, invece, si insinua nell’intimità della persona, soffoca il pensiero e annienta le speranze. Una per una. Speranza per speranza. Insomma, siete il trio delle meraviglie. Uno la causa, gli altri le conseguenze. Hai mai pensato a quanto possa essere devastante il terrore derivato dalla coscienza di aver perso tutto? La guerra porta distruzione, macerie, urla. Rimuove la sicurezza di avere un rifugio, una casa, una famiglia. E la paura? Hai mai pensato a quanto la paura possa ledere l’anima di un povero Cristo che non ha più certezze? Immagina un giovane consapevole di non aver futuro, di dover morire, di aver perso, o peggio, di essere in procinto di perdere tutto. Perché la paura è questo: incertezza, insicurezza.

Grazie per averci regalato tutto ciò.
Sarai soddisfatto, Marte. Ma a te non importa. Mica stai male. Stanno male i poveri mortali. Invece immagino te, tranquillo, a passeggio in compagnia del corvo a te sacro. Giri per il mondo ad osservar i risultati del tuo essere. Il tuo viaggio è continuo, ininterrotto. È ovunque. Giri tra le città devastate, tra le macerie, tra i fucili, le bombe. Ma non ti fa impressione. O forse si? Ti giri dall’altro lato per evitare di incrociare sguardi imploranti o sguardi persi, per sempre. Sei strano. Sei contraddittorio. Hai paura di guardare te stesso. Ti rinneghi, ti rinnegano. ”Mai più guerra!” Eppure eccomi qua, a scriverti. La storia insegna qualcosa, ma gli alunni sono sordi. Non ascoltano. E tu continui il tuo viaggio, imperterrito. Oggi sei un ingegnere nucleare, domani un commerciante di armi. Ma non sarai mai veramente ben voluto. Non siamo Romani. Noi non ti preghiamo. Siamo succubi di Marte in attesa della fanciulla più bella: Pace.

Ed è per questo che ti scrivo. Per dirti che ci sono tanti uomini che conoscono il valore della vita. Tu, immortale, non capirai mai quanto è fantastico l’amore, quanto è entusiasmante l’amicizia o più semplicemente quanto è bella, varia e preziosa la vita. Quindi, puoi essere chi vuoi: Marte, Giove o Quirino, ma sappi che finché ne esisterà la possibilità, tu non potrai vivere in pace.
Che la pace sia con tutti noi.

Francesco Pirrotta

Sono uno studente di ingegneria. Amo la matematica, la lettura, la scrittura, l'attualità, lo sport e la politica. Sono un sognatore: sto coi piedi per terra, ma con gli occhi all'insù. La penna, per me, è solo uno dei modi che ho per migliorare il mondo.