Lettera ai cogitanti

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Dopo aver pensato di dire a questa Italia: ‘Adesso basta, me ne vado. E’ finita. Faccio le valigie e cerco un posto migliore.
Perché non c’è sicurezza per nessuno in un paese, quando l’alimentazione del malato (e del neonato o dell’anziano… e mia o tua) può essere interrotta perché ritenuta accanimento terapeutico.
Perché la (giuris-) prudenza formale e tutti i suoi dibattiti politici e mediatici hanno vinto questa battaglia contro la vita.
Perché allora questa non è più -e forse non è mai stata- una democrazia.
E poi per i troppi indifferenti, troppi, davvero.
E per i pochi che guidano alla rovina questa malandata barca tricolore…

Dopo aver pensato per qualche ora che davvero è tutto uno schifo e che non c’è più speranza, forse è il momento di rialzarsi e rimboccarsi le maniche. E continuare a rispondere a questa cultura della morte e al suo nulla silenzioso e nauseabondo, diffondendo idee buone, impegnandoci ancora una volta a pensare e, perché no, a formarci per un futuro in politica, da giornalista, nella scuola e nell’università. E prepararsi a essere madre e padre.

Perché domani toccherà a noi provare a fare qualcosa di meglio.
E solo così, a partire da oggi, con le nostre vite, i nostri cuori e le nostre teste, possiamo sperare di riuscirci.

Forse c’è un lato positivo in tutta questa storia.
Forse, il segreto di Eluana è che era nata da sempre per salvare la sua famiglia. E ora ci sta lavorando ancor più di prima.
Forse la sua storia è venuta fuori così male, a prima vista, perché serviva per scuotere l’Italia, per svegliare le nostre coscienze addormentate, per farci gridare al mondo -sottovoce, sottovoce- che così non si va da nessuna parte. Che quest’omicidio non va ripetuto. 
Che si può sbagliare. E anche, lo vogliamo credere, che non è mai troppo tardi per rimediare, anche dopo aver tolto una vita.

E allora, senza forse, con tanti cogitanti, questa Italia non è tutta da buttare.

Cogitoetvolo