Lettera ai figli che non ho ancora

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“Facoltà”, sia essa universitaria o meno, è una parola che significa “possibilità”, non certezza

Cari bambini,
è la mamma che vi scrive, una mamma che ancora mamma non è. E chissà tra quanti anni lo sarà: per ora ne ha solo diciotto. Ma, come continua ad insegnarmi vostra nonna, il compito principale di una madre è quello di pre-occuparsi, cioè di occuparsi prima del tempo; nell’anticipare così tanto sto solo adempiendo ad un mio dovere.

Cari bambini
che avrete manine, camminerete su piedini che riempiranno scarpe di gomma sempre più puzzolenti, sempre più grandi. Cari bambini, o care bambine, o chissà che le combinazioni di Mendel non portino altri risultati; passerete in un batter d’occhio dalle costruzioni ai cellulari, la vita vi soffierà dentro allungandovi e plasmandovi a suo piacimento, e in un giorno qualunque vi troverete, diciottenni indecisi, a tentare di mettere al riparo le generazioni future.
Così mi trovo io in quest’anno tremendo di rivelazioni e di scelte, sono al centro di un incrocio e ogni strada che mi propongo si biforca, ogni biforcazione si tripartisce, finché mi scopro immersa in un garbuglio infinito di rami e vie.

“Eppoicheffai?” è la domanda che  mi viene posta e che mi pongo. Mi sono provata la toga e il camice, la penna e il libro, la cartella, la faccia invecchiata di una donna stressata, i capelli raccolti di una business woman: è lo specchio a ridere prima di me.
Tuttavia la scelta è seria: da essa ne verrete voi. Uno non ci pensa, quando decide, alle prospettive probabili; ed anche i vostri nonni, che tanto spalancano gli occhi sul mio domani, sono stati dei giovani inconsapevoli di quello a cui andavano incontro: questa loro ingenua miopia li ha salvati.
Nell’incontrarsi non hanno sincronizzato le calcolatrici per stabilire i guadagni medi, le tasse e le bollette, le spese per la mia istruzione, i rispettivi difetti e povertà. Hanno scelto ad occhi chiusi perché il domani è cieco e buio: s’illumina di una luce che accendiamo noi.

C’è gente che accende il suo futuro con fiammiferi traballanti, sempre in cerca di pareti da tastare, di gradini su cui non inciampare: c’è gente che non vive, brancola.

Altri, più furbi, installano un loro impianto elettrico senza tremare. Sto cercando di essere per voi la migliore elettricista possibile, per non dovervi raccontare sul divano storie dell’orrore su quest’Italia invivibile e sulle patetiche difficoltà che mi hanno impedito di realizzare i miei sogni dandomi la forma di un tonno in scatola, quadrata come le mie paure che ho trasformato in questioni di Stato, difficoltà economiche, corruzione politica, concorrenza sleale e fame nel mondo.

Se mai vi racconterò una storia così, non giustificatemi dicendomi che sono stati sacrifici utili e necessari: rispondetemi che “facoltà”, sia essa universitaria o meno, è una parola che significa “possibilità”, non certezza. Ricordatemi che la passione è il vero motore del mondo, motore elettrico, che illumina il futuro buio. Datemi della codarda, scrivete voi una storia degna di chiamarsi tale.

Conosciate voi stessi, frequentatevi, ascoltatevi: quella voce sarà l’unica che vi rimarrà quando taceranno le altre. Imparate a parlare di voi stessi senza essere interrotti. Uscite spesso, perdetevi in posti nuovi, non chiamate casa un posto che v’ingabbia né gabbia uno che vi accoglie. Ascoltate voci sensate, leggete libri brutti che v’insegnino cos’è un buon libro, e bei libri che vi restituiscano il respiro.

Non stancatevi dei vostri talenti, non rendeteli scialbe qualità che gli stupidi possano prendere in giro; né stancatevi della gentilezza, del puro, siate dei buoni con le spalle larghe, senza la mogia manifesta carità delle ottantenni in chiesa.

Sorridete saggiamente, coltivate amicizie e fiori. Coltivatevi come fiori.
Poi, finalmente, fate la vostra scelta.

Baci, mamma

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.