Libere di scegliere

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L’8 marzo è una di quelle giornate che meritano un momento di riflessione.
La festa della donna, come tante altre presunte “feste” – vedi alla voce San Valentino – è ormai entrata nella nostra tradizione come un’occasione per celebrare la figura della donna, o perlomeno ciò che è universalmente riconosciuto come “donna”. Come sia effettivamente questa donna che crediamo di celebrare è una domanda che rimane spesso senza risposta, o peggio, che non viene neanche posta. Si perde tra le frivolezze squittite ad un aperitivo tra amiche, tra i piccoli pollini gialli di una mimosa e tra i vuoti slogan, che si ripetono ogni anno come un disco rotto.
Sul fronte opposto troviamo chi non perde l’occasione di criticare una questione che fin dalla sua genesi ha riguardato molto da vicino l’universo delle donne: il femminismo. Addentrarsi in questa questione è come attraversare un campo minato: bisogna fare attenzione al terreno che si decide di calpestare, perché è ricco di insidie. Lo stesso vale per un movimento complesso come quello femminista, pieno di sfaccettature e di controversie, difficile da analizzare e da comprendere. Il rischio che si corre è quello di darne un’interpretazione radicale, o bianca o nera: abbracciarlo ciecamente nei suoi obiettivi più estremi o prenderne categoricamente le distanze.

In realtà ogni donna oggi dovrebbe ritenersi femminista.
E partiamo proprio dalle donne perché, nonostante i numerosi diritti che sono stati conquistati, sono paradossalmente proprio le donne stesse ad assumere verso le loro coetanee atteggiamenti decisamente poco femministi.
Ed essere femministi significa abbracciare l’idea di una donna come essere pensante autonomo, libero di scegliere e di autodeterminarsi. Il primo passo consiste quindi nel riconoscere ad ogni donna il diritto di esercitare qualunque professione, senza che il suo operato venga messo in discussione solo per il suo genere. Significa essere libere di scegliere in che ambito realizzarsi, di decidere senza alcun condizionamento se dedicare tutti i propri sforzi al lavoro, alla famiglia o ad entrambi, senza che la gestione della propria vita lavorativa e familiare venga continuamente messa sotto esame, spesso proprio da quelle coetanee che hanno fatto una diversa scelta di vita. Femminismo non è sostenere che una donna si realizzi unicamente grazie alla sua carriera ma permetterle di farlo senza doverla porre di fronte alla scelta che sull’altro piatto della bilancia vede i propri figli. Ma è allo stesso tempo garantire ad una donna che sceglie di non formare una nuova famiglia di non essere considerata una donna che ha fallito nel suo scopo biologico. Basti pensare a come vengono percepite rispettivamente – sempre dagli occhi delle donne – le figure dello scapolo, uomo brillante e inafferrabile che basta a sé stesso, e della zitella, vecchietta inacidita che avrebbe tanto bisogno di un marito.

Dovremmo essere femministe e dovremmo anche indignarci per l’immagine che i media fanno passare della donna. Per quel “è brava, oltre che bella” che continua a mettere in rilievo l’aspetto esteriore di una donna, come se fosse il solo che conta. Le critiche, prima ancora che all’operato di tante figure femminili – dalle ministre, agli avvocati, alle attrici – passano dai capelli, dal trucco e dal modo di vestire. L’insulto riesce facile quando il bersaglio si considera debole. Ma pensiamo solo alla nostra quotidianità: è possibile che oggi, nel 2015, si debbano crescere le proprie figlie nella paura della loro stessa città? Con una spada di Damocle che pende pericolosamente sul capo, che minaccia di cambiare per sempre il modo in cui una ragazza guarderà sé stessa allo specchio. Perché non c’è vestito, ora del giorno o luogo in cui una donna possa ritenersi completamente al sicuro.

Decisamente poco femministe sono anche quelle donne che inneggiano alla “sottomissione” come atteggiamento di profondo amore. Atteggiamento che, naturalmente, si pretende di ricondurre solo ed esclusivamente alla donna, quale essere fisiologicamente più remissivo e docile.
Ma dove c’è amore, non può esserci sottomissione. Amare non significa mettersi sotto ad una volontà estranea, per quanto sentimentalmente affine. L’amore non costruisce gabbie, non pone condizioni, non spezza le ali. L’amore è libertà, è condivisione, è comunione di sogni e di speranze, è rispetto per l’esigenze dell’altro.
L’amore è parità. Parità tra un uomo e una donna che, nella stessa misura anche se con modalità differenti, si pongono entrambi alla base, costituiscono entrambi il fondamento stabile della famiglia. Pretendere di addossare questo compito solo ed esclusivamente alla donna significa, ancora una volta, deresponsabilizzare eccessivamente il ruolo dell’uomo e del padre, significa arrivare a tollerare presunti amori possessivi, che troppo facilmente degenerano in violenze ed oppressioni.

Per questa festa della donna, quindi, mentre affondiamo il viso nei boccioli di mimosa che ci hanno regalato, cerchiamo di pensare a che tipo di donne vogliamo essere.
E proviamo a sentirci delle donne libere. Libere di pensare, libere di scegliere per il nostro futuro, libere di amare. Consapevoli che la nostra femminilità non è un fardello causalmente toccatoci in sorte da cui cerchiamo di riscattarci attraverso lo scontro con l’uomo o con altre donne.
La femminilità è un dono. Un dono prezioso, che insieme alla nostra determinazione e alla nostra forza, alla nostra deliziosa fragilità e alla nostra grande capacità di amare, va preservato, custodito e ammirato. Proprio come un bocciolo di mimosa.

 Articolo scritto da Elisa Bonaventura e Federica La Terza
Cogitoetvolo