Like a rolling stone

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Una volta Tom Petty disse: “Bob Dylan influenced absolutely everything”. Aveva ragione, Bob Dylan ha influenzato davvero tutto.

Mentre ascolto la canzone più classica, antica e attuale tanto nel 1965 quanto nel 2009, “Like a Rolling Stone”, mi vengono i brividi. Urlata, borbottata, declamata lentamente, questa canzone è anzitutto il motto di un’epoca. Ma non si limita allo sfogo generazionale: ogni volta che Dylan canta di questa pietra rotolante, esprime anche i suoi sentimenti, entra in sintonia con gli ascoltatori. Per questo motivo, non esiste un live in cui l’esecuzione di Like a Rolling Stone sia uguale a quella dell’album Highway 61 Revisited, ed ogni volta mi vengono i brividi. Perché noi siamo quelle pietre rotolanti, e non sappiamo mai dove cadremo, quanto veloce andremo, cosa ne sarà della nostra pietra.

E Dylan si chiede: “how does it feel”? No, dico, come ci si sente? A non avere un appiglio, essere senza casa, arrivati ad una condizione di semivagabondaggio e partiti, magari, da una famiglia della borghesia americana. Questi erano i sessantottini, ma questi siamo anche noi. E tuttavia Bob Dylan non ammetterà mai di aver scritto Like a Rolling Stone per trasmettere questa idea: la sua è solo una storia di una ragazza che si ritrova a vivere per strada, negli affanni della solitudine, sgomitando tra barboni e furti per un po’ di cibo. Certo, il testo è anche “sociale”: come non diffidare da quella elitè perbenista e ipocrita, che giudica e si rallegra solo delle apparenze, navigando nella vanità? Forse è meglio allontanarsene, e stare soli, ma dovremmo stare attenti a non incappare nel peggio!

E noi come ci sentiamo? Rotoleremo sconfortati e ignari verso l’abisso della strada, cercando di impararne l’arte, o cadremo coscientemente nel luogo giusto? Noi siamo pietre rotolanti, nella misura in cui non conosciamo il progetto di Chi ci ha lanciati in questa straordinaria vita, ma possiamo decidere di cadere da qualche parte; siamo pietre pensanti, dobbiamo rotolare, ma non guidate dal caso.

Bob Dylan lo sa. Ogni volta che canta della pietra, cambia voce, atteggiamento, volume della canzone. E’ la vita, che oggi rotola di qua e domani chi lo sa. La prima esecuzione, in cui si avverte l’emozione e l’importanza di ciò che sta annunciando. A Londra, quando, drogato, urla e stona, e stride su quel “feel”, quel sentire dell’animo umano su cui Dylan indaga ancora oggi; ancora nel 1966, a Manchester, quando fu insultato dal pubblico prima di cominciare: Judas! E schernendo la folla cominciò a cantare, infastidito, amareggiato, ma convinto che quel tradimento, il contestato incrocio del folk con il rock, fosse l’unica strada possibile per la sua piena realizzazione. Fino all’Aprile 2007, quando il sottoscritto lo ha visto cantare ad Assago, nella sua tappa italiana, proprio quella canzone: voce roca, come un cane che abbaia, le parole borbottate, attaccate l’una con l’altra. Ancora grande emozione e turbamento per quella canzone che spinge a chiedersi se si è davvero soli, o se Bob Dylan stia mettendo tutti noi alla prova, quando egli stesso, con la maturità, ha compreso che non siamo soli e che rotoliamo verso grandi mete.

Vi propongo la mia versione preferita, la prima volta che la suonò ufficialmente in pubblico: credeva alla solitudine dell’uomo, al suo destino casuale e deludente, lo dimostrò con una performance rocciosa, convinta, ma non sapeva che gli si sarebbe ritorto contro; quella pietra non sarebbe finita così in basso e, ironia della sorte, avrebbe trovato un appoggio, si sarebbe fermata sul senso del rotolare proprio dopo un incidente in moto. Bob Dylan cambia prospettiva, ma la canzone continua ad interrogarci con sgomento. Sarà positiva la nostra risposta? How does it feel?

 

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Cogitoetvolo