L’impegno è fatica, ma soprattutto felicità

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Ho sentito parlare del concetto di “codice dell’arduo” per la prima volta durante un corso filosofico – culturale a cui ho avuto la fortuna di prendere parte nelle ultime settimane dell’anno scolastico terminato da ormai qualche mese. Tale concetto è senza dubbio caduto in disuso da molti anni all’interno del panorama scolastico e lavorativo italiano, poiché si tratta innanzitutto di un “codice”, uno stile di vita fondato sull’impegno, sulla propria capacità e disponibilità di mettere se stessi in gioco, di compiere qualche sacrificio (che talvolta può risultare oneroso) pur di apportare dei significativi e manifesti miglioramenti alla società in cui viviamo, una società in cui molto spesso “impegno” e “sacrificio” sono termini privi di significato, o sono considerati alla stregua di debolezze, e non come le virtù che sono in realtà. Il noto sociologo e giornalista del “Corriere della sera” Francesco Alberoni, tra l’agosto ed il novembre 2005 (ben 3 anni fa) sottolineava molto accuratamente quali fossero i rischi in cui il Paese rischiava di incorrere se non avesse modificato la propria mentalità pigra ed indolente: nei due articoli pubblicati tracciava un ritratto fedele dell’Italia attuale, che si lamenta delle difficoltà in cui versa senza proporre alcuna soluzione concreta, con un ceto imprenditoriale ormai prossimo alla pensione, molto spesso costretto a vendere il risultato del proprio duro lavoro di decenni (la propria impresa) alle multinazionali o agli imprenditori stranieri, a causa del mancato ricambio generazionale necessario per proseguire. Poiché i figli sono poco disposti a (o per meglio dire sono incapaci di) prendere in mano le redini dell’azienda paterna, per la poca abitudine a sacrificarsi, desuetudine dovuta perlopiù al fatto di aver sempre vissuto nel lusso e nella bambagia, perennemente assicurati dal patrimonio paterno, che ne ha di conseguenza determinato e favorito il rammollimento. In tal modo si è giunti (si spera) al culmine del fallimento, con il tasso di istruzione più basso d’Europa, secondo il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, a cui l’attuale – ma anche il precedente – ministro sta cercando di porre rimedio attraverso riforme, come la reintroduzione degli esami di riparazione a settembre (voluto proprio dal ministro uscente Fioroni), volte a sviluppare negli studenti italiani una maggior e miglior propensione allo studio, e con una nazione economicamente allo sfascio. Per tutti questi motivi il “codice dell’arduo” è ormai diventato un concetto che in molti approvano, ma che nessuno, in un Paese in cui dominano il clientelismo, il nepotismo e l’assenteismo, è disposto realmente ad abbracciare, con l’intento dichiarato di divenire un esempio per gli altri e di giungere ad una piena maturazione di sé. Perché l’impegno e la fatica non sono, come la cultura dominante – e in realtà ignorante – cerca di dipingerli, inutili o noiosi, ma rappresentano il mezzo mediante il quale raggiungere la felicità. Ebbene sì, perché cosa ci rende più felici dell’ottenere un successo a lungo ricercato, dopo aver spinto al limite (e talvolta oltre) le proprie capacità pur di conseguire l’obiettivo prefissato? Perchè se quello stesso successo viene raggiunto senza impegno e fatica, perde il suo reale valore, lasciandoci giustamente insoddisfatti e con la sensazione di essere stati in qualche modo defraudati. Anche nell’ambito affettivo, non è forse grande la gioia quando, dopo lunghe attese “condite” di sacrifici, tribolazioni e speranze, il nostro sentimento viene infine ricambiato dalla persona per cui si è patito tanto? Da tale concezione dell’impegno è necessario ripartire per poter definitivamente modificare il volto, non solo dell’Italia, ma del mondo intero, dove sono richiesti e graditi esempi di perseveranza e costanza in grado di percepire ed assecondare con grandi sforzi, ma soprattutto con l’amore, i bisogni altrui. E’ perciò tempo per noi giovani di darci una mossa, di smettere di crogiolarci nell’autocommiserazione e di aggrapparci, con l’intento di evitare le difficoltà, al timore di non riuscire in ciò che desideriamo. Perché la domanda fondamentale che è sempre necessario porsi è: fin dove vogliamo arrivare? E ancora: quale ricordo di noi dobbiamo (e vogliamo) lasciare alle generazioni future?