L’importanza del punto di vista

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‘Guarda il mondo attorno a te. Cosa vedi?’. Se ve lo chiedessero ora, cosa rispondereste?

A leggere i giornali dell’ultima settimana c’è ben poco da star allegri. Il mondo di questi giorni è riassumibile con una sola parola: politica. Nei mezzi di informazione non si parla d’altro. Eppure oggi vorrei lanciarvi una sfida: provate a guardare questo presente con i miei occhi, quelli di un universitario diciannovenne, spaventato, curioso e ottimista.

Post-verità

Un radicale cambiamento di mentalità è in atto. La chiave interpretativa degli ultimi giorni l’ha data, a mio parere, un recente titolo dell’Economist: ‘L’arte della menzogna. Post-verità e politica nell’era dei social media’. Mai come in questi giorni si può parlare di politicizzazione della realtà. La Brexit, la campagna elettorale americana, le preoccupazioni e le incertezze che ne sono conseguite e ancor di più la campagna per il Referendum hanno portato con prepotenza nel nostro vissuto i termini della politica: trumpismo, populismo, derive di destra, nazionalismo, movimenti identitari, crisi della sinistra. Non stiamo certo parlando della politica in senso nobile, quale la intendevano Platone o Aristotele, ma della bassa politica, sempre più coincidente con l’aspirazione al potere. E’ questa una premessa fondamentale: il linguaggio della demogogia è entrato nel nostro quotidiano e con esso l’attitudine all’aggressività, all’arrivismo, alla bugia, al ‘sono pronto a tutto’. Diretta conseguenza di questo nuovo ‘uomo politico’ è la propensione non a falsificare o contestare la verità, ma a porla in secondo piano, sottomettendola ai nostri scopi. Questa tendenza è stata messa in evidenza anche dall’Oxford Dictionary, che ha scelto ‘Post-verità’ come parola dell’anno, quella che meglio fotografa questo particolare momento storico. Nella definizione di Oxford Post-verità indica la ‘circostanza in cui i fatti obiettivi sono meno influenti nel modellare l’opinione pubblica degli appelli emotivi e delle convinzioni personali’, alimentata dalla crescente sfiducia nei fatti come presentati dalla classe dirigente e dall’uso dei social media come fonte di notizie. Secondo l’Indipendent Facebook e Google sono le più grandi piattaforme di informazione al mondo. Come etichettarli? Giornali, veicoli di notizie o strumenti di libera espressione? Di fatto si tratta di luoghi che sfuggono da ogni regolamentazione, dove anche la propaganda non veritiera può trovar credito. E’ di questi giorni l’accusa secondo cui Facebook avrebbe involontariamente favorito la vittoria di Trump, grazie alla presenza assidua nella Rete di post, commenti e pagine contrarie al sistema, provocatorie, razziste. Quanto detto finora è riassumibile con le parole di un elettore americano intervistato dalla BBC: ‘Anche se sei informato, devi sempre dare ascolto al tuo istinto’. Vi sembra che questa nuova mentalità sia distante dal nostro vissuto? Esaminiamo nel concreto alcune notizie della settimana appena trascorsa.

America, Europa, Mondo: nuovi scenari
La vittoria di Donald Trump e le sue prime mosse quale Presidente degli Stati Uniti d’America hanno creato non poco subbuglio, soprattutto in seguito alla nomina di Stephen Bannon a consigliere strategico. Bannon è il fondatore di Braitbart News, sito della destra antisemita e razzista. Alle manifestazioni di protesta che per giorni si sono susseguite nelle città americane hanno fatto da contraltare le reazioni entustiaste di molti capi di stato. Primi fra tutti Vladimir Putin e Viktor Orban, primo ministro ungherese, che all’indomani delle elezioni ha commentato: ‘La democrazia è ancora viva’. La Cina, dal canto suo, ha espresso con molto cinismo la sua soddisfazione: ‘L’America sarà presto la seconda economia del mondo’. L’Italia si è limitata ad un laconico: ‘L’Europa è più sola e non siamo sicuri sia pronta per questo’. Di fatto il vento nuovo che soffia dall’America rischia di portare più di qualche sconvolgimento nel nostro continente: nei giornali la paura tiene banco da giorni. Il 4 dicembre ci sarà l’elezione del presidente federale austriaco e ad oggi la destra nazionalista è in leggero vantaggio. Lo stesso giorno ci sarà nel nostro paese il Referendum costituzionale, che rischia di far saltare l’ennesimo governo. Nel 2017 si voterà per rinnovare il governo in tre dei sei paesi fondatori della UE, dove gli estremismi preoccupano non poco: Paesi Bassi, Francia e Germania. Se ciò non bastasse, le prime affermazioni pubbliche di Trump e la promessa di espellere 2 o 3 milioni di clandestini illegali hanno rinvigorito il dibattito europeo sull’immigrazione. Mentre l’Ungheria continua la costruzione di un muro ai suoi confini sud-orientali, Austria, Danimarca, Germania, Svezia e Norvegia hanno sospeso per altri tre mesi gli accordi di Schengen, ripristinando i controlli alle frontiere. E ancora: in questi giorni il nostro paese si è duramente scontrato con l’Unione riguardo l’approvazione del bilancio europeo per il 2017. L’Italia ritiene insufficienti gli investimenti per l’immigrazione e l’occupazione giovanile e contesta l’eliminazione dei fondi per i paesi mediterranei e la crescita sostenibile. In pochi mesi, dalla crisi dei migranti alle elezioni americane, l’Europa si è ritrovata divisa, senza una guida, sotto accusa. Commentando la Brexit mi chiedevo se dopo l’Unione potesse esserci la Comunità Europea, partecipe di radici comuni, di un cammino comune, di un futuro comune. Una possibilità che sembra allontanarsi giorno dopo giorno.
Italia: quale cambiamento?
Anche nel caso del nostro paese il martellante linguaggio della politica sta entrando nel nostro vissuto, attraverso un’unica, potente parola: cambiamento. Tra i miei coetanei, all’università, in televisione, nei giornali, si sente un po’ dovunque, in qualsiasi contesto. Ma di cosa stiamo parlando? Non intendo suggerire indicazioni di voto, ma solo evidenziare alcuni fatti. Nella stampa estera il Referendum ha grande risonanza: si teme che l’Italia possa sprofondare in una nuova crisi di governo, nuove elezioni, instabilità. L’Europa ci guarda incuriosita. Nel frattempo gli ultimi sondaggi attestano che il 51% degli italiani ritiene di conoscere a grandi linee il testo del Referendum, il 31% ne ha solo sentito parlare, il 6% lo ignora completamente. Solo il restante 12% si è preparato sui contenuti della riforma. Alla limitata conoscenza dei temi costituzionali si aggiunge una campagna referendaria aspra e prettamente politica, personalizzata a tal punto da dimenticare ciò per cui si vota. L’Europa ci guarda e noi ci giriamo dall’altra parte. Abbiamo un’occasione unica: invertire la tendenza, dimostrare che le logiche della rabbia, della post-verità, della bassa politica e dell’esclusione possono essere vinte. Come? Partecipando, informandoci, prendendo una posizione, divenendo parte di un dibattito attivo e costruttivo. Il cambiamento, se ci sarà, dovrà essere prima di tutto di mentalità. Non importa chi vincerà, ma cosa rimarrà dopo: un’Italia divisa e arrabbiata o una comunità di cittadini più matura, capace di confrontarsi e di fare consapevolmente le proprie scelte? L’importante è non cadere nella logica di Donald Trump e della Brexit, dimostrare che un’altra politica e un altro presente sono possibili.
Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.