Lincoln

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Un film di Steven Spielberg. Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Strathairn, Joseph Gordon-Lewitt, James Spader. Genere: Biografico. Paese: USA, India 2012. Casa di produzione: 20th Century Fox. Durata: 150 min. Uscita cinema: 24 gennaio 2012. Rating: 13+.

Abramo Lincoln, eletto per la seconda volta Presidente degli Stati Uniti d’America, è impegnato in una strenua lotta politica per l’approvazione, alla Camera dei Rappresentanti, del 13° emendamento alla Costituzione, che prevede l’abolizione della schiavitù della gente di colore. Nel frattempo infuria ancora la guerra civile, sempre più cruenta e violenta, anche se ormai i ribelli sudisti sono prossimi alla resa.

Avrebbe mai potuto Abramo Lincoln immaginare che, quasi centocinquanta anni dopo la sua morte, l’America avrebbe avuto, finalmente, un presidente nero? E cosa avrebbe pensato se avesse saputo che quel presidente avrebbe giurato fedeltà alla Costituzione americana tenendo solennemente la mano destra sulla consunta Bibbia a lui appartenuta, pronunciando le stesse parole che uscirono dalle sue labbra in quel freddo gennaio del 1865?

I do solemnly swear that I will support and defend the Constitution of the United States…”

Probabilmente, nemmeno l’immaginazione di Lincoln si sarebbe spinta così oltre. Eppure, se il 44° Presidente degli Stati Uniti ha la pelle scura, è proprio grazie all’opera tenace e instancabile di uno dei personaggi storici più affascinanti che abbia popolato i nostri libri. Di fronte ad un personaggio così complesso, così multiforme, così conosciuto e al tempo stesso misterioso, la sfida che ha accolto Steven Spielberg era più ardua che mai: far riaffiorare dalla polvere un uomo che ha cambiato il destino di migliaia di uomini, che pose fine alla terribile e barbara piaga della schiavitù, riuscendo a destreggiarsi alla perfezione tra le insidie e la sofferenza che solo una guerra riesce a portare con sé.

Ma, si sa, Spielberg è un po’ come re Mida, il mitico monarca che trasformava in oro tutto ciò che toccava. Anche il grande regista americano riesce a donare freschezza e ad impreziosire ogni progetto cinematografico a cui lavora. Il risultato è a dir poco sorprendente. Coadiuvato da un immenso Daniel Day-Lewis, che ha studiato la parte per oltre un anno, Spielberg riesce a ricostruire alla perfezione il 16° presidente degli Stati Uniti, quasi ridonandogli la vita. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo del protagonista è curato nei minimi dettagli, dalla parlata lenta e pacata all’incedere goffo e ciondolante, dallo sguardo stanco e ironico sino allo schioccare delle labbra. La bravura di Daniel Day-Lewis supera ogni previsione.

Spielberg ha deciso di narrare le ultime settimane di vita di Lincoln, quelle più ardue da raccontare, durante le quali il presidente è impegnato nella lotta politica per far approvare, alla Camera dei Rappresentanti, il 13° emendamento alla Costituzione Statunitense, che prevede l’abolizione della schiavitù in ogni forma e, nella specie, degli uomini di colore. Lincoln, in particolare, deve assicurarsi l’approvazione dell’emendamento prima che la Camera venga a conoscenza della resa dei ribelli sudisti e, conseguentemente, della fine della Guerra di Secessione che già da quattro anni devastava il Paese.

In un periodo nel quale l’aggettivo “politico” è ormai utilizzato in senso prevalentemente dispregiativo, Spielberg ci offre un grande lezione di diritto e di politica, quella “vera”, quella “alta”, che tende ad un unico, nobilissimo fine: la completa ed assoluta uguaglianza di tutti gli uomini di fronte alla legge. E per realizzare questo scopo, adottando un ragionamento tipicamente machiavellico, Lincoln utilizza tutti i mezzi a sua disposizione, facendo saltare i cardini su cui era rigidamente assestato il diritto, forzando le norme fino al loro limite estremo, piegandole estensivamente per renderle malleabili e poterle interpretare secondo le proprie esigenze. Si tratta, come lo stesso presidente afferma, di un comportamento che sicuramente va al di là dei principi universalmente riconosciuti come validi nel mondo del diritto. Eppure, Lincoln ritiene che un tale comportamento non sia affatto condannabile: le parole del suo giuramento, che gli impongono di proteggere i sacri valori della Costituzione, gli si sono impresse nel cuore e richiedono da lui un impegno assoluto ed estremo, anche se ciò comporta una palese infrazione delle leggi.

Non solo: Lincoln è pienamente convinto del fatto che la politica è fatta sì di alti ragionamenti, di disquisizioni filosofiche sul diritto naturale, di riforme importanti, di valori e libertà. Pur tuttavia, ancora una volta  ritiene che per raggiungere uno scopo così alto sia necessario scendere a compromessi, sporcarsi le mani con il fango della corruzione e del sotterfugio. Ed è così che acconsente che il partito Repubblicano compri dei voti dalla fazione opposta, elargendo denaro e cariche pubbliche, pur di raggiungere la maggioranza necessaria per l’approvazione dell’emendamento. Insomma, è come se Spielberg avesse voluto ricordarci che, in fondo, la politica è sempre stata poco pulita, anche se noi, oggi, non possiamo fare a meno di chiederci dove siano andati a finire i grandi ideali che, in passato, giustificavano queste condotte. Infatti, sotto il fango della politica sembra non essere rimasto più alcun alto ideale da raggiungere. Lincoln ci dice che fare politica costituisce una nobile arte, una delle forme più evolute e complesse del pensiero umano. E’ necessario, però, non perdere mai di vita l’alto fine cui quest’attività è preordinata: il bene comune, la giustizia, la pace, la dignità di ogni essere umano, il benessere del popolo. In fondo, è stato lo stesso Lincoln ad affermare che la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo, poiché è la collettività il presupposto di ogni azione di governo, nonché il suo immediato fine.

Come se tale imponente lezione di politica non bastasse per appagare lo spettatore, Spielberg ci delizia con uno spaccato delicato della vita intima del presidente, che abbandona le vesti di primo cittadino d’America per indossare quelle di marito e di padre. Lincoln viene ritratto con la moglie, mentre entrambi cercano di lottare contro il dolore per la morte prematura del figlio. Daniel Day-Lewis, a questo punto, piega la sua imponente statura al fardello di sofferenza e rimorso che è costretto a portare sulle spalle. Il suo rapporto con la moglie è tenero e comprensivo, anche se non privo di duri scontri, che la sofferenza non fa che acuire e inasprire, anche se l’amore reciproco, solida base su cui dovrebbe essere fondato ogni matrimonio, risulta essere sempre la bussola che guida i suoi passi.

Il regista americano non poteva non concentrarsi, come aveva già fatto in passato in altri suoi capolavori, sul rapporto tra padre e figlio. Lincoln si dedica al figlio minore con una costanza inaudita per un uomo che noi immaginiamo immerso solamente negli affari di stato, spingendosi al punto di interrompere un’importante riunione con il suo gabinetto per ricevere il bambino. Inoltre, deve confrontarsi con la scelta del figlio maggiore di arruolarsi nell’esercito: in fondo, che differenza corre tra il proprio figlio e i milioni di figli che tutti i padri d’America hanno visto partire per morire sul fronte?  Ed è così che Lincoln, per amor di patria e per l’estremo rispetto che nutre per le scelte del figlio, si piega a quest’ultimo, grande sacrificio.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.