L’infinito

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E’ solo il terzo mese che frequento l’università, e mi sono già reso conto di rimpiangere il tempo del liceo. Non tanto per i compagni di classe persi di vista, non tanto per le canoniche ed estremamente ordinarie 5 ore di lezione dalle 8 alle 13 dal lunedì al sabato, ma per la capacità di alcune materie di indurre ad una sincera e profonda ricerca dell’infinito. Ebbene sì, materie quali italiano e filosofia (oggetto di odio o perlomeno rifiuto da parte di numerosi appartenenti alla categoria degli studenti liceali) possedevano l’intrinseca dote di stimolare coloro che le studiavano ad interrogarsi sui più reconditi e oscuri misteri che contraddistinguono la nostra esistenza, tramite una riflessione costante ed indispensabile per avvicinarsi anche solo lontanamente alla comprensione dei loro ambiti di studio.

L’analisi del pensiero dell’uomo, espresso mediante la letteratura e la meditazione di carattere filosofico, conduce senza ombra di dubbio ad una migliore conoscenza di sè e del genere umano stesso, e pertanto anche di ciò che lo caratterizza sin dai suoi primordi, ovvero una tensione incessante (quasi folle per quanto risulta priva di sosta da millenni) verso ciò da cui tutto proviene e a cui tutto è destinato a ritornare: l’Infinito. La mia non è un’analisi di carattere religioso, anche se si potrebbe facilmente prestare a questo scopo, ma prettamente antropologico. A questo proposito è emersa alla superficie della mia memoria una riflessione al riguardo, a me nota grazie alla lettura del libro "Odiavo Larry Bird" di Mario Fumagalli (imperdibile per chi ama il basket). Fumagalli scrive: " […] mai nessuno mi ha detto che avrei dovuto desiderare l’infinito perchè per quello ero fatto; è sempre stata una ricerca naturale, innata, assolutamente spontanea, quasi scontata. Evidentemente questa fame di totalità non ha bisogno di essere insegnata; educata di sicuro, ma non insegnata. E’ come un marchio a fuoco che ci portiamo dentro, che brucia e non trova mai pace; proviamo a sopirlo ora con un estintore a schiuma ora con della sabbia, ma la fiamma, in qualche modo, torna a bruciare improvvisa e inaspettata, proprio quando non siamo pronti a fronteggiarla. Attendiamo e mendichiamo un idrante che plachi quest’arsura che ci infiamma: i più fortunati sperano, gli altri arrancano". 

Appurato che tale anelito alla totalità, all’eterno, all’infinito va puramente educato perchè proprio di ciascuno uomo, possiamo affermare senza remore che la società contemporanea permetta di adempiere a tale desiderio? Personalmente non ci riesco. Una società in cui il silenzio, la riflessione e l’introspezione di sè sono banditi o dimenticati, non offre alcun aiuto per conseguire tale obiettivo, anzi, distoglie l’uomo dalla ricerca invitandolo, tramite le seduzioni del caos, del rumore senza posa, dell’assenza di pensiero e soprattutto di responsabilità, a non interrogarsi riguardo a sè e alla sua vera natura. Una società in cui la scienza e le competenze tecniche e scientifiche la fanno da padrone, non consentendo, a chiunque lo voglia, di allargare i propri orizzonti culturali ad ambiti quali appunto le lettere e la filosofia, ormai bistrattate da molti, ma che invece sono le uniche che consentono di porre realmente in essere la definizione di uomo fornita da Aristotele: essere razionale.

Se questa ricerca dell’infinito va educata, come fare? Ciò è possibile solo tramite un dialogo volto sempre a conoscere la Verità, che si può intrattenere solo tra persone mature che mirino all’eccellenza mai fine a se stessa. Proprio per questo diviene necessario attorniarsi di amici, colleghi, compagni sempre tesi verso il raggiungimento dell’ottimo e disposti a porre in discussione le proprie convinzioni con quelle altrui, nel desiderio reciproco di apprendere. E’ una ricerca ardua che tuttavia non per questo va abbandonata e dimenticata, ma che, al contrario, deve essere agognata e attuata con tutte le proprie forze, nel tentativo di trovare quella serenità e pace che può scaturire non dall’assenza di pensieri ed emozioni (spesso ovattate dal frastuono delle discoteche), ma solo dalla profonda ed intima conoscenza del proprio io.