L’insanabile voglia di scrivere

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Ho scoperto che il fatto di non poter tenere in mano una penna o una matita è tanto frustrante quanto lo sarebbe per una gallina essere priva del becco”.

Il pennino scricchiolava sulla carta, il lume emanava un tremolo bagliore e lottava col buio della camera. La mano sudata per la tensione seminava il bianco prato del foglio con un’incerta e tremolante grafia. Il professor Tolkien si sporgeva curvo sopra la scrivania. Ormai anziano, aveva perso per qualche tempo l’uso della mano destra; l’avrebbe certamente riottenuto, nel giro di qualche mese: ma lasciar passare tutto quel tempo senza potersi dedicare alla consolante pratica dello scrivere sarebbe stato insostenibile per lui. Con irreprensibile forza di volontà spinse la mano sinistra a riprodurre quantomeno un abbozzo di scrittura, nonostante fosse rimasta sopita per ottant’anni e mai avrebbe pensato, dopo tanto tempo, di essere incaricata a svolgere tale ufficio. Ma come lo stesso professore affermava, “l’animo è forte, anche se il corpo è debole”. L’astensione dalla scrittura equivaleva, per lui, a quella da una funzione biologica,vitale ed essenziale.

Solo un esempio, tra i più recenti, ma molti altri sarebbero da elencare, in cui il palpito del cuore batté all’ unisono col procedere ondivago della penna sulla carta, o – per i più vicini nel tempo – in sincronia con l’alterno zampettare delle dita sulla tastiera del portatile. Ormai non si scrive più su pergamene solcate da pennini impollinati d’inchiostro (la tecnologia velocizza e facilita procedure di compilazione e di conservazione dei testi); inalterata però la necessità che spinge a farlo: quel bisogno irresistibile di esternare su carta i propri sentimenti, rendendoli, si potrebbe dire, indipendenti, autonomi. Lo straboccare della propria interiorità; frasi scaturite da una personale, e a volte tormentata, riflessione, da un assiduo contatto con la vita, avidamente sbranata, giorno per giorno, brandello per brandello, nel mezzo della strada tra la gente, come nei libri (che della vita, d’altronde, rappresentano un ampio specchio: consentendo di estendere all’infinito le esperienze possibili, nel tacito, ma fecondo, intimo scambio di idee con autori del passato e del presente). Sono solo alcuni, pochi nella massa, coloro i cui scritti trasmettono Vita, esperienza vissuta. In caso contrario, va da sé che le frasi appaiano vuote, trasparenti e trascurabili, incapaci di scuotere il lettore; e passino come l’acqua sui ciottoli: perché non servono. Perché, che senso avrebbe la letteratura se non aiutasse a vivere? “Siamo tutti fatti di ciò che ci donano gli altri: in primo luogo i nostri genitori e poi quelli che ci stanno accanto; la letteratura apre all’infinito questa possibilità di interazione con gli altri e ci arricchisce, perciò, infinitamente”

A volte si scrive per gioco.

O, almeno, con tono leggero e sornione, senza che il sentimento dell’autore sia partecipe di particolari sofferenze. Si scrive per diletto, osservando la realtà con un ghigno distaccato. Se Orazio affermava “che cosa vieta di dire la verità ridendo?”, perché non continuare a farlo? Se l’intento non si limita ad un richiamo autoreferenziale, ad un gusto per la critica in sé stessa, ma  si esplica in un sincero proposito di miglioramento della società, perché non provarci?

A volte fa male.

Alcuni autori chiosavano l’arte dello scrivere con l’immagine di una lotta, incruenta ma non per questo pacifica, tra lo scrittore e “la pagina vuota che la sua bianchezza difende”,  come recita un verso di Mallarmè. L’animo sfrega sulle scabrosità del foglio lasciando su di esso consistenti brandelli. Sono autori tormentati: li si è soliti chiamare “tristi”, o “complessati”, relegandoli con noncuranza in quella fetta d’umanità costituita da coloro che non possono essere capiti, tutt’al più compatiti; “Perché hanno vissuto un’esistenza difficile e terribile!…”, si è soliti giustificare con sufficienza. “… Ecco spiegato perché scrivevano queste cose!”. Come se tali autori fossero stati gli unici a trovarsi faccia faccia con quel mistero che è il dolore. Quanti potenziali Leopardi saranno vissuti in tutta la storia? Deformi, privi dell’affetto dei genitori, isolati… eppure solo Giacomo riuscì a trasfigurare quest’ agglomerato di dolore e sofferenza nei dolci versi del “Passero solitario”. La scrittura acquisì una funzione salvifica, capace di sciogliere la ghiacciata stalagmite che sarebbe stato il suo animo, se non avesse goduto del caldo conforto della penna: quella bacchetta magica a buon mercato, capace, scavando in profondità, di portare in superficie pepite di bellezza dal fango di dolore e malinconia che potrebbe risultare essere la vita. “Quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell’allegria”

 A volte è più forte della morte.

Il foglio gli si pone come scudo, una protezione immateriale, eppure più resistente del ferro temprato. La scrittura eterna il nome di un autore e ciò che con essa viene descritto, come un torcia che illumina irradiando bagliori di immortalità. Si dice che re Mida tramutasse in oro tutto ciò che toccasse. Ma questa è leggenda! Poeti e scrittori hanno un potere ben più grande: capaci di rendere eterno ciò di cui parlano (e questa è realtà!). Molti re presero parte alla guerra di Troia, ma solo alcuni si stanziarono definitivamente nell’immaginario collettivo, per generazioni e generazioni, sino alla fine dei tempi: solo quelli su cui indugiarono i ciechi occhi di Omero. Quante donne avranno rapito il cuore di un uomo, privandolo della pace e rendendolo inquieto? Innumerevoli. Ma solo gli occhi di Beatrice ebbero il fortunato privilegio di sciogliere il cuore di un Dante, il quale ha ricambiato prendendo in mano il nome di quella ragazza, altrimenti destinata all’anonimato, svincolandolo dal piano temporale, e adagiandolo in quella dimensione atemporale ed eterna propria della Letteratura (con la maiuscola).

E adesso può anche sciogliersi dal nostro volto quell’espressione di sufficienza, che si è soliti esibire di fronte ad una manifestazione di tracotanza, nell’ascoltare le parole di Orazio “Non omnis moriar!” (Non morirò del tutto).

A volte ti aiuta a morire in pace.

Boezio era un nobile romano, stimato funzionario a servizio dell’Imperatore Teodorico. La sua posizione sociale, più che rispettabile; la sua cultura e sapienza, invidiata e irraggiungibile ai più. Ma l’affermazione dei principi della sua fede cattolica lo rinchiuse tra le quattro mura di un carcere. Le fredde pareti sudavano gocce d’umido e fungevano da impermeabile, impenetrabile barriera al mondo esterno. L’esecuzione della condanna sarebbe stata imminente. Chi poteva recargli un qualche conforto, se non la scrittura? In una burrasca di dolore e sofferenza, la penna e il foglio si presentano come un relitto cui appigliarsi. Scrive, mischiando le lacrime all’inchiostro, e il risultato è uno dei libri più celebri della nostra letteratura occidentale, “La consolazione della filosofia”. Morire non fu così doloroso, per lui.

Si giunge al paradosso: un condannato a morte consolerà, col suo scritto, un incalcolabile numero di persone nei secoli a seguire.

A volte non puoi proprio farne  a meno.

Francesco Petrarca è ospite in casa di un amico. Questo, alzatosi a tarda notte, sorprende il suo invitato in veglia, intento a scrivere a lume di candela, ostinatamente indifferente al sonno arretrato reclamato dalle sue profonde occhiaie. Non ci pensa due volte. Il giorno seguente, in cambio del favore dell’ospitalità, strappa la promessa di poter chiedere qualsiasi dono volesse. E la richiesta è apparentemente piccola: la chiave del baule di Petrarca. In esso, vengono riposti tutti gli utensili di scrittura utilizzati dal poeta, al quale viene intimato, per il suo bene, di prendersi una lunga pausa da questo tipo di occupazione, a fine di salvaguardare la propria salute. Ma il giorno seguente, Francesco è preso da un forte mal di testa; poi, dolori sempre più intensi. Alla seconda notte è già in balia dei brividi di febbre. Il padrone di casa osserva pensieroso e restituisce subito la chiave. Comprende, adesso, quanto corrispondessero alla realtà le parole dell’amico: “La carta, la penna l’inchiostro, le notturne veglie mi son più care del sonno e del riposo. Che più? Sempre io mi tormento e languisco quando non scrivo; così se sto in ozio mi stanco, se lavoro mi riposo. Questo mio cuore duro come pietra, quando tutto si volge alla carta, quando ha stancato la mani e gli occhi, allora non soffre più né il freddo né il caldo, allora si sente come avvolto in morbida coltre, e teme di esserne tratto fuori” 

Molti secoli separano Francesco Petrarca da J.R.R. Tolkien. Diverso il paese, la cultura, le abitudini. Eppure, entrambi accomunati da quella insanabile, inguaribile voglia di scrivere. Una malattia vecchia come l’uomo.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.