L’Insegnante e il suo perché

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Vi siete mai chiesti perché, nel 2015, continua ad esistere la scuola? Non sarebbe più semplice imparare da un pc, da un cd-rom, comodamente seduti sulla propria poltrona di casa, senza dover rispettare scomodi orari, compiti pesanti e compagni che non ci vanno a genio? Esistono le università online, oltre a quelle tradizionali. Perché non uniformare questi modelli, e preferire la via più economica, più veloce, più moderna? Perché lo Stato si fa carico di pagare stipendi agli insegnanti o mantenere strutture scolastiche?

Forse perché, finché ci saranno bambini che chiederanno “perché?”, ragazzi che diranno “non ho ben capito”, studenti che si interesseranno agli esperimenti di fisica, un professore, in carne ed ossa, sarà sempre più adatto a saziare la loro curiosità. Non solo, ma anche perché, finchè ci saranno classi da 15, 20, 25 bambini, si potrà parlare di “società”, quella società in cui ciascuno di noi è stato catapultato dopo aver trascorso i primi anni di vita in famiglia, e in cui ciascuno di noi ha imparato che, se il proprio compagno di banco ha dimenticato la merendina a casa, si può condividere la propria, ma se lo stesso compagno ha rubato uno zainetto, ciò va denunciato alla maestra perché sia ristabilito l’ordine.

Due delle tante spiegazioni a quegli interrogativi potrebbero essere queste, ed esse comportano una profonda fiducia nell’istituzione scuola, della quale tutti, con il passare degli anni, dovremmo prendere coscienza. Anche io, da ragazzina, ho provato antipatia per un professore troppo rigido, ho subìto delle disparità di trattamento tra compagni di classe, eppure oggi credo fermamente nella figura dell’insegnante, quello con la I maiuscola. Di esso si è occupato recentemente anche Papa Francesco, approfittando dell’udienza alla Unione cattolica insegnanti medi (Uciim) per parlare a tutti gli insegnanti. Nelle parole del Pontefice, l’insegnante emerge come colui che affronta una missione, vedendo crescere giorno dopo giorno gli studenti che sono affidati alla sua cura. <<Gli insegnanti devono prepararsi, pensare a ognuno degli alunni, a come aiutarli ad andare avanti. Devono insegnare non solo i contenuti delle materie, per quelli è sufficiente il computer, ma i valori della vita e le buone abitudini che creano armonia nella società>>. La scuola, secondo il Pontefice, deve essere un punto di riferimento positivo, tutelato e conservato attraverso l’impegno di <<insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto ed amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità. Insegnare è una grande responsabilità, un impegno serio, che solo una personalità matura ed equilibrata può prendere>>.

Non è forse questo l’Insegnante? Non è forse un uomo che si mette al servizio dei suoi studenti, che li guida nel cammino della loro infanzia, e poi adolescenza, cercando di porre le basi degli uomini che diventeranno? Non è forse una persona che sa avvertire quando uno studente non è sereno, ha un problema nascosto? Non è forse un punto di riferimento, che personalizza un’istituzione che sarebbe arida e spersonalizzata, se non fosse corredata delle sensazioni, della partecipazione, degli errori degli insegnanti? Si, perché l’insegnante non è un “mito”, può sbagliare, come tutti, ma questo non deve essere motivo di una sua svalutazione, anzi è la prova che il professore è uomo, e non è robot. Sbaglia, ma rimedia, e se non rimedia, ci saranno mille occasioni per dimostrare di sapere prendere la decisione giusta, calibrandola sullo studente, sulla classe, sulla società che gli sta di fronte.

Recentemente, non ho potuto fare a meno di notare molteplici post che hanno invaso la mia home facebook in occasione della scomparsa di un Professore dell’Università di Catania: tristi messaggi di addio ad un uomo che io non conoscevo. Davanti a questa partecipazione di massa al dolore, le mie idee hanno ricevuto conferma: leggevo le parole di ragazzi come me, suoi studenti, che lo descrivevano come un professore “straordinario, di quelli che riescono a trasmetterti la propria passione”, come un uomo “appassionato della sua materia ma mai presuntuoso né saccente”, ma soprattutto come un “cultore del dubbio socratico”. Cosa c’è di più bello del mettersi in dubbio, anche quando si porta sulle spalle una cultura invidiabile? Cosa c’è di più bello del convincersi di potere imparare ancora? Quando credi di aver imparato tutto nella vita, non hai più nessuno stimolo a migliorarti. È per questo che tutti noi andiamo a scuola. Per metterci in gioco, nelle mani di insegnanti che, anch’essi, si mettono in gioco: il tutto finalizzato ad un infinito scambio umano, prima ancora che culturale.

L’Insegnante ha un volto trasparente e pulito, la fronte corrucciata dalla concentrazione, il parlare pacato ma elaborato, l’atteggiamento di un padre quando lo studente ne ha bisogno, il puntiglio di uno studioso quando trasmette il suo sapere, l’incertezza di un uomo quando deve scegliere come comportarsi, la curiosità di un bambino quando si pone delle domande.

L’Insegnante fa la scuola, la scuola fa gli studenti, e gli studenti fanno l’Insegnante, in un circolo vizioso che conduce alla creazione dei valori del vivere comune. Finché crederemo in questo circolo vizioso, troveremo sempre una risposta alla domanda “perché la scuola esiste ancora?”, e nulla potrà convincerci della sua inutilità.

Rossella Angirillo

Laureata in Giurisprudenza, ho sempre affrontato la vita con intraprendenza e determinazione: è difficile distogliermi da un mio obiettivo e non mi spaventano le nuove sfide. Tra codici e sentenze, nel tempo libero accontento la mia parte sognatrice: sono molto riflessiva, e mi piace affidare alla scrittura tutti i miei pensieri.