L’irriducibile importanza delle mamme

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In un’Italia in cui le donne fanno “meno figli, sempre più tardi”, è importante ribadire il ruolo cruciale delle mamme nello sviluppo psico-affettivo del bambino e quanto sia importante supportarle affinché ricoprano questo ruolo nel modo migliore.

Per alcuni è la donna che cucina le migliori polpette al mondo, per altri è la donna che li amerà qualunque cosa faranno e che li considererà sempre i più belli e più bravi del pianeta, per altri ancora è la donna che ameranno di più in tutta la loro vita. Ma la mamma, in realtà, è molto più di questo. Il suo è un ruolo cruciale nello sviluppo psico-fisico del bambino, non solo perché ci porta in grembo nove mesi, ci allatta e ci cura fino a che non siamo in grado di badare a noi stessi, ma anche perché è lei la prima persona a insegnarci ad amare.

Secondo alcune filosofe femministe, come Luisa Muraro[1] e Julia Kristeva, le donne hanno un modo di comunicare tutto loro, un linguaggio (“semiotico”, lo definisce Kristeva)[2] legato al corpo e ai “segni” – le carezze, la cura affettuosa, il legame, il contatto –, molto diverso rispetto alla codificazione astratta e razionale su cui si basa il linguaggio maschile, fatto prevalentemente da “parole”. Questo linguaggio dei sentimenti, profondamente relazionale e inclusivo, che veicola il contenuto emotivo dei nostri messaggi e costituisce dunque una parte fondamentale dello sviluppo sociale e affettivo di ognuno di noi, ce lo insegnano prevalentemente le mamme. Non a caso, come ci ha ricordato Domenico nel suo articolo, la parola “tenerezza” deriva dall’ebraico rahamin, che significa “seno materno”. Questa opinione è stata rinforzata da uno studio dell’Università di York, il quale afferma che un certo tipo di linguaggio e comportamento empatico, utilizzato dalle madri con i neonati nei primi mesi di vita, può aiutare il bambino a sviluppare una più spiccata empatia verso il prossimo.

Ma non è solo la madre a plasmare il bambino. La relazione tra madre e figlio è cruciale per lo sviluppo dell’identità di entrambi, infatti l’atto stesso della generazione (vissuta o potenziale) costituisce uno dei momenti fondanti dell’identità di genere femminile. Nella generazione, il corpo e lo spirito di una donna s’intrecciano in modo profondo e misterioso, configurandosi sia come passività, in quanto ella riceve il seme e attende la nuova vita senza poter intervenire nel suo sviluppo, sia come attività, in quanto ella accoglie, nutre e ama. «Nessuna attività è più di questa per-altri e in nessun’altra la donna deve affrontare la difficoltà di tracciare un confine fra sé e non sé, fra potenza e impotenza, autonomia e dipendenza, donazione e mancanza; in nessun’altra esperienza lei percepisce, a un tempo, la generosità e la vulnerabilità dell’essere».[3]

La vita e la riproduzione imprimono il loro segno sul corpo della donna, donandole una maggiore capacità di relazionarsi all’essere umano. La gestazione, infatti, presuppone una relazione con l’Altro che l’uomo non potrà mai sperimentare, una relazione immediatamente corporea, prima che spirituale. Perciò se per il padre i figli sono una sorta di «sé in altro», per la madre avviene l’opposto, in quanto i figli, anche fuori dal grembo, rimangono un «altro in sé». Mentre l’uomo cerca se stesso nell’Altro (in questo caso il figlio), la donna accoglie l’Altro in sé inglobandolo. Per questo motivo le donne sono più a loro agio con la differenza e la relazione, perché hanno inscritto nel DNA la capacità di «essere potenzialmente due in sé». Da qui derivano i due compiti della genitorialità, quello paterno di «accogliere» e quello materno di «lasciar andare». E sempre da qui deriva la tendenza, squisitamente femminile, a ricoprire ruoli di cura, non solo nei confronti dei figli, ma anche degli anziani (e spesso dei mariti!).

La generazione è il modo in cui la donna accoglie in sé uno dei più grandi misteri del mondo, la creazione della vita, plasmandola con il proprio corpo; per questo è più portata a comprendere gli aspetti più ineffabili e misteriosi dell’esistenza, come l’intuizione, l’emozione, l’empatia, le esperienze emotive pre-verbali; per questo la donna ha un rapporto privilegiato col corpo e con tutti i canali di conoscenza estranei alla razionalità della mente.

Perciò, nonostante tali ragionamenti filosofici possano sembrare difficili da assimilare, è importante ricordare l’importanza della figura e del ruolo materno, specialmente in una società come la nostra che pensa di poterne tranquillamente fare a meno. Una società, lo ricordiamo, in cui le donne fanno fatica a trovare un equilibrio tra desiderio di maternità e carriera, in cui si fanno «meno figli, sempre più tardi» (come recita l’Istat in un report del 2015), in cui sono ancora troppo pochi i sussidi e le agevolazioni per le donne che vogliono fare figli, in cui le disparità salariali, i part-time, i contratti precari sono spesso le situazioni alle quali le neo-mamme devono adattarsi per non perdere il proprio posto nel mercato del lavoro.

Ecco allora che diventa necessario non solo ringraziare e amare tutte le mamme, ma anche aiutarle, supportarle, agevolarle, affinché non abbandonino e non trascurino quello che è un ruolo fondamentale nella vita di ciascuno di noi.

Tanti auguri a tutte le mamme!

 

 

[1] Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991.

[2] Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico (1974), Marsilio, Venezia 1979.

[3] Susy Zanardo, Gender e differenza sessuale. Un dibattito in corso, in “Aggiornamenti sociali”, maggio 2014, pp. 379-391.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".