Lisboa cidade aberta: quali rischi?

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Le potenzialità e la rovina dietro l’esposizione internazionale, viste da un Erasmus sul posto.

“Perché proprio Lisbona?”: questa la domanda che più spesso mi rivolgeva chi veniva a sapere per la prima volta della mia partenza. In effetti anch’io non avevo mai considerato il Portogallo prima di intraprendere tutto il percorso legato all’Erasmus. Forse perché il Portogallo nei nostri libri di storia è quel paese periferico e colorato di grigio che sembra aver sorvolato illeso sulla Storia. Ora so che non è affatto così, ma per questo servirebbe un altro articolo.
In Italia rispondevo alla domanda iniziale apportando una serie di motivazioni ragionevoli legate all’ambito accademico, seguite da alcune considerazioni su quanto la città fosse trendy e soleggiata: gli articoli a riguardo abbondano. Ora che vivo qui da due mesi e mezzo — davvero strano a dirsi, ma è così — so che quello accademico forse non è nemmeno tra i punti più importanti di questa esperienza e credo di poter andare più a fondo nella questione. Questo perché ogni giorno non posso fare a meno di sentire e vedere in prima persona la rivoluzione economica e culturale di cui tutti parlano: una vibrazione percorre la città.

Pochi giorni fa, passando per Praça do Comércio— fulcro cittadino — mi sono imbattuto in una vista sorprendente. Al posto del consueto spazio arioso della piazza, irradiato dai muri gialli che lo racchiudono, mi sono trovato di fronte ad un immenso gate che riportava la scritta EUROVISION VILLAGE, circondato da tutte le bandiere europee. Questa rivoluzione — chiamiamola anche installazione o imposizione — mi ha fatto realizzare come questa città sia effettivamente al centro dell’attenzione internazionale. Per chi non lo sapesse, quest’anno proprio Lisbona ospita l’Eurovision Song Contest 2018: un evento che non va affatto sottovalutato.
Anzi, l’Eurovision non farà altro che alimentare ancor più un’esposizione mediatica e culturale che interessa la città ormai da più di tre anni a questa parte.

A ben guardare, la capitale ha tutte le ragioni per meritarsi questa reputazione: basta sfogliare il libretto mensile dell’Agenda Cultural per incontrare un’esplosione di eventi culturali di ogni genere. Anche in questo ambito la volontà di crescere è palpabile: penso al 25° anniversario del Centro Cultural de Belém, al 30° della Fundação Oriente, alla prima edizione di JustLX, fiera di arte contemporanea, alla riapertura del Jardim Botânico de Lisboae molti altri. Insomma, la scena culturale della città è più che mai rigogliosa e per uno studente interessato ad esplorarla c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Simbolo emblematico di questo profondo spirito di rinascita sono anche i cantieri: Lisbona ne è tappezzata.
È davvero impossibile non notarlo da uno qualsiasi dei tanti miradouros (punti panoramici) della città; alte gru si alzano a cadenza costante in tutto il tessuto urbano. Si stima che tra il 2016 e il 2017 il numero di lavoratori nel settore edilizio portoghese sia cresciuto dell’8%: un dato decisamente controcorrente nell’ambito della crisi edilizia europea. Non si tratta semplicemente di nuove costruzioni, ma, soprattutto, di ristrutturazioni, e Lisbona ne ha davvero bisogno. Non c’è rinascita senza morte: una delle cose che più mi ha colpito passeggiando le prime volte nel centro è l’enorme quantità di palazzi in completa rovina, disabitati, con i vetri rotti e le porte murate. Una tale decadenza non si può comprendere davvero se non si considera che tra il 2011 e il 2014 il Portogallo ha affrontato una crisi economica pesantissima, derivata anche dall’austerity delle politiche economiche della Troika. Le conseguenze sono ancora molto evidenti — non solo nella capitale — ma questo è anche uno dei motivi per i quali la rimonta in atto appare così sorprendente.
Sembra che tale ripresa economica, così come l’interesse internazionale attorno a Lisbona, siano cominciati nel 2014, successivamente alla vittoria di una serie di riconoscimenti. Da allora, sempre più giovani, startupper e perfino pensionati hanno scelto di trasferirsi qui, alla ricerca di una città sicura, economica, foreign-friendly, in piena espansione e dal clima perfetto.

Tuttavia, vale la pena chiedersi “È ancora così? Chi guadagna davvero da questo boom?”. Questo è quello che mi domando ogni volta che mi passa di fronte un elétrico (tram di Lisbona) stracolmo di turisti, cosa che spesso accade mentre sono alla fermata ad aspettarlo: ad un certo punto nemmeno si ferma più. È vero infatti che ormai, nel 2018, l’emergenza legata al turismo di massa — a cui seguono l’innalzamento incontrollato degli affitti e l’emigrazione dei locali — fa più notizia della ripresa economica in sé. Alcuni dati raffigurano bene la situazione: negli ultimi due anni i locali adibiti a soggiorni turistici nella capitale sono duplicati, mentre il prezzo medio delle case è aumentato del 35% nel periodo 2012-2016, e non accenna a stabilizzarsi. È una storia già vista — penso subito a Venezia, la mia home university city— ma dalla quale nessuno sembra imparare. Gli studenti di Lisbona — non solo noi Erasmus — conoscono bene il problema: cercare una stanza qui significa cercare un ambiente vivibile ad un prezzo non folle, in un contesto in cui la domanda va ben oltre l’offerta. È emblematica in tal senso la fondazione (26 Aprile scorso) di un network di attivisti locali provenienti da 14 città sud-europee (Lisbona e Venezia comprese) il cui manifesto prevede proprio il contrasto del turismo di massa.

Da quel che ho potuto vedere finora Lisbona è una città fondata sui contrasti, dei saliscendi paralleli al suo profilo collinare. Quello che mi auguro è che non perda questa sua ricchezza, uniformandosi al modello globalizzato della speculazione turistica, che sfrutti questa potenzialità economica per risanare le sue ferite, senza stravolgere la sua identità.

 

Alberto Ferro

Cogitoetvolo

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