l’Isis l’ha capito meglio di noi

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E’ vero. L’uccisione in massa di decine di ostaggi, scandita da violente minacce, è una visione che merita maggiore indignazione. Ma l’uomo, nella sua facile adattabilità, è capace di abituarsi anche all’orrore. Per cui si può arrivare ad  assistere con misurato  e contenuto cordoglio all’ “ennesima condanna a morte di massa”, come di cosa già sentita.  Ma alla distruzione metodica di opere d’arte, non c’eravamo ancora abituati. La storia , è vero, ci ha tramandato la notizia di azioni simili, in passato: ma tali episodi non rendono nel loro livore, dietro le pagine scritte di un manuale.

Sullo schermo oggi appaiono uomini barbuti (alcuni dei quali neppure vistosamente vestiti alla foggia orientale) sgretolare con metodo e rabbia reperti storici di massimo valore, testimoni delle più antiche civiltà orientali. E tale atto è perpetuato proprio all’interno di un museo, quel luogo concepito in tempi moderni per la preservazione, la cura delle opere d’arte. E’ uno smacco concettuale.  Probabilmente, prima che diventassero macerie, sotto di esse campeggiava la scritta “Si prega di non toccare”…

Certo, quelle opere d’arte possono apparire a noi occidentali quasi anonime, appartenenti ad un cultura che ci è in parte estranea. Ma domandiamoci quale sarebbe la nostra reazione se vedessimo le stesse persone impegnate a tirar giù di piccone le statue ospitate all’interno delle sale dei Musei Vaticani, o del Louvre . Opere d’arte che rappresentano le fondamenta della nostra cultura, artistica e non solo, il riflesso della visione dell’uomo della nostra civiltà occidentale.

Sebbene molti archeologi e funzionari, dopo lo shock immediato, abbiano stemperato l’indignazione diffondendo notizie confortanti per cui la maggior parte delle statue non sarebbero degli originali ma copi, rimane intatta la gravità del gesto.

L’impeto propulsore di tale azione iconoclasta sarebbe da individuarsi nel divieto, costitutivo della religione islamica,  di rappresentare figure antropomorfe di alcun tipo. Sebbene questo obbligo, ormai universalmente accreditato alla religione maomettana, non trovi posto nell’originario insegnamento coranico, ma fu  bensì introdotto solo nell’VIII secolo, con l’avvento della dinastia abbasside.

Oltre alla polvere sollevata dai capitomboli dei detriti di statue, un acre fumo si era già levato dal territorio di Mosul: quello dell’intera biblioteca cittadina messa al rogo. Volumi preziosi,  oltre che per il loro valore materiale, anche per quello culturale ed epigrafico;  un’ulteriore ferita inflitta al patrimonio culturale dell’umanità.  La ragione avanzata  – se tale si possa definire –  sarebbe quella di distruggere libri eretici che offendono il profeta. Ma la motivazione sottesa sembra più specifica, in linea con la distruzione dei reperti del museo. Anche qui, un obiettivo preciso, lucidamente perseguito: distruggere la cultura di un popolo, reciderne i legami con sé stesso e col suo passato. Ostruire tutti i canali che convergono in quel punto di raccordo chiamato identità.

E non sarà certo un caso se, già da tempo, all’interno delle città del califfato, sia stato imposto un ben rigoroso filtro all’interno del mondo scolastico. Assolutamente vietate e messe alla porta tutte quelle materie che creano un giudizio critico: via la Letteratura, la Storia dell’Arte (un impegno portato avanti in maniera lodevole e coerente, con la distruzione delle statue) la Filosofia, la Musica, e soprattutto la Storia, pericolosissima per la creazione di un’identità nazionale.  Ammesse le materie scientifiche, subiscono un ridimensionamento solo nel divieto di far riferimento a teorie evoluzioniste (che a dir loro confuterebbero la possibilità di un creazionismo divino),  mentre  ben accetti sono gli studi per la formazione di ingegneri e di chimici, utili tra l’altro per la diffusione e l’estensione delle strutture del califfatto.

Facile cogliere l’intuizione delle gerarchie jihadiste : distruggere la cultura di un popolo per poterlo manipolare come materia vergine; allontanare dalla mente ogni ideale di bellezza, giustizia, profondità, privandolo di quella libertà di giudizio derivante da alcune materie, soprattutto quelle umanistiche. E non a torto, infatti, fino a qualche secolo fa, esse assumevano la definizione di  Arti Liberali, proprie cioè degli uomini liberi.

In un periodo storico in cui  anche nel nostro paese finanziamenti per il mondo dell’arte e della cultura vengono meno, c’è certamente da farsi qualche domanda alla luce di questi ultimi avvenimenti. A pensarci un po’ , tutte quelle attività spesso classificate come “inutili”, forse, in fondo in fondo, così inutili non sono. E quelli dell’Isis, pur agendo in senso contrario e sanguinario, a differenza nostra, l’hanno compreso. Un popolo senza identità culturale, è una vela abbandonata al vento dei potenti.

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.