L’isola che c’è

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Nel mare agitato e periglioso della musica italiana, consola incontrare qualcuno che si dirige sicuro verso la Terraferma, come titola il suo nuovo cd. È Max Pezzali, uno che di viaggi se ne intende, sia per suo puro piacere sia nelle sette note, che in questo caso ha deciso di seguire un itinerario un po’ diverso dal solito, almeno per lui, passando dal Festival di Sanremo. Qui ha presentato il singolo Il mio secondo tempo, ottenendo la sua buona razione d’applausi.

All’Ariston Max c’era stato una volta sola, nel 1995 con Senza averti qui, dove aveva ottenuto un piazzamento lusinghiero senza però fare quegli sfracelli che era solito compiere allora nelle classifiche con la sigla 883.
Già, gli 883, il sodalizio nato con l’amico Mauro Repetto nel 1992, che ha messo in moto con l’album Hanno ucciso l’Uomo Ragno uno dei fenomeni pop più clamorosi d’Italia a livello di vendite. Un sodalizio finito presto, due anni dopo, con l’addio di Repetto, deciso a cercare fortuna all’estero.

Una rottura che lascia però intatto il successo degli 883, visto che a scrivere le canzoni era sempre stato Max. Poi, nel 2001, Pezzali decide di mettere in soffitta il “marchio di fabbrica” e di firmare da quel momento i lavori solo con il suo nome e cognome. Inaugura il “nuovo corso” con Uno in più, che finisce subito in cima alle classifiche e rimarca come la sua popolarità sia rimasta immutata. L’artista, insomma, chiude un periodo straordinario per aprirne un altro altrettanto ricco di soddisfazioni, da cui ne esce più maturo.

Oggi Max aggiunge un nuovo importante tassello alla sua brillante carriera con Terraferma, che arriva a quattro anni dall’ultimo cd di inediti, Time out. È come un album fotografico, fatto di tanti scatti diversi e quindi, di emozioni diverse, dove il tempo che passa ha il suo peso così come la ricerca di punti di riferimento a cui rivolgersi in una stagione a volte caotica come quella che si sta vivendo. Uno di questi, per Max, è stato il figlio Hilo, avuto due anni fa, che ha cambiato inevitabilmente il suo sguardo sulla vita e che, ovviamente, si è riverberato sulle canzoni di Terraferma.

Come mai hai aspettato quattro anni prima di far uscire un nuovo cd?
C’è stata una serie di avvenimenti concatenati che hanno un po’ prolungato l’uscita dell’album. Innanzitutto dopo la pubblicazione di Time out è seguito un lungo tour da cui è scaturito un cd-dvd che, comunque, mi ha impegnato per almeno due anni. E poi, soprattutto, alla fine di questa fase è nato mio figlio Hilo. Mi sono trovato così nella condizione di poter seguire la crescita di questo “nanetto” in casa e, al tempo stesso, di pensare bene cosa volessi fare nel nuovo album, che disco avrei voluto raccontare.

In questo “racconto” in musica, quanto ha influito la paternità?
Ha certamente modificato la mia percezione del mondo e comunque sottolineato dei cambiamenti che già vedevo ma affrontavo in modo diverso. Oggi penso a come mio figlio dovrà misurarsi un giorno con la società, come riuscirà a formarsi quella “corazza” che serve a tutti per districarsi nella vita. Tutto questo ti rende un po’ fragile, ti fa osservare con un occhio differente il mondo, perché sai di avere una grande responsabilità e che devi proteggerlo.

Quanto coraggio ti dà mettere al mondo un figlio?
Tantissimo. Se, per una serie di motivi, ti trovi ad attraversare un periodo della vita in cui ti senti un po’ troppo appiattito sulle tue cose, oppure ti viene qualche dubbio sul futuro, la nascita di un bambino improvvisamente ti fa vedere tutto sotto una luce diversa. Ti trasmette un entusiasmo e un coraggio che prima non avevi, e il tuo lavoro, i tuoi problemi, diventano subito più piccoli di fronte a lui, a questa realtà più grossa di qualsiasi altra cosa. In fondo, siamo qui per passare il testimone a qualcun altro, che sia un figlio, un amico, un nipote. Non siamo eterni né immutabili.

A ben vedere, il tempo che passa è poi la trave portante proprio del tuo cd.
È senza dubbio un tema per certi versi semplice, quasi ovvio, ma mi sembra che molti spesso non lo percepiscano. Tanti pensano che la gioventù sia infinita, che i passaggi di età non abbiano il loro peso, come raccontano le ultime cronache: uomini anziani che vogliono ancora fare la vita da teenager o che occupano posti importanti e non li lasciano per alcun motivo. In un Paese normale, chi ha 40-50 anni dovrebbe essere al comando, come dimostrano gli Stati Uniti o l’Inghilterra, ma qui è l’esatto contrario: è chiaro che diventa difficile chiedere alle nuove generazioni un senso di responsabilità se poi questa responsabilità, che si assume anche con l’esperienza, viene loro negata.

Tornando alla musica, sei tra gli artisti che non avrebbero bisogno di Sanremo. Perché ci sei andato?
Per due ragioni. La prima risale alla mia prima partecipazione al Festival. All’epoca, non l’ho vissuta bene. Mi sono volutamente presentato con un brano non abbastanza forte perché partecipavo anche come autore per il pezzo di Fiorello, vincitore annunciato, e quindi, per non far nascere una concorrenza interna, ho preferito tenere un profilo più soft. Poi ero reduce da due album trionfali, per cui c’era una grande pressione per non deludere le aspettative… Insomma, troppo stress, ma dentro di me ho sempre pensato che se si fosse presentata l’occasione giusta, ci sarei ritornato, più che altro per far pace con me stesso. E l’occasione è arrivata.

E la seconda ragione?
Si collega all’occasione, che mi è stata data da Gianni Morandi. Lo apprezzavo come cantante, ma non avevo mai avuto modo di lavorare con lui. Quando mi ha proposto Sanremo, ho notato la passione e la competenza che ci metteva nell’organizzarlo, e il rispetto verso gli artisti. Condizioni rare, che mi hanno convinto ad accettare. Inoltre, l’appuntamento coincideva anche con l’uscita del cd ed è inutile nascondere che la manifestazione canora rimane sempre un ottimo volano promozionale.

Sotto il profilo musicale, quale identità hai voluto dare al cd?
La parola d’ordine è stata “varietà”, nel senso che a ogni brano ho cercato di cucirgli addosso l’abito che si adattasse meglio di tutti a ciò che volevo dire sia nei testi sia con la melodia, senza seguire uno stile preciso. D’altra parte, a ben vedere, oggi non esiste più un “suono”, o una serie di “suoni”, che dettino legge nel mondo: in giro c’è di tutto, e si mischia di tutto. Il cd, quindi, rispecchia anche questo panorama musicale un po’ confuso, dove non basta più una canzone per tracciare lo spirito del tuo tempo.

Una situazione figlia forse anche del modo in cui si consuma la musica.
Senza dubbio. Ora si scarica il brano che piace, magari dura un mese, poi si passa ad altro. È la pratica dell’usa e getta, che ti obbliga a concentrarti sulla canzone singola, come succedeva in passato per il vecchio 45 giri. Oggi pochi ascoltano un album intero, ed è un peccato.

Nel brano che dà il titolo al cd dici: “Terraferma che i marinai inseguono e che le stelle mi han fatto trovare quando ero perso in alto mare”. Quali sono le stelle che nella vita non ti fanno perdere la rotta?
La stella polare della vita è mio figlio, ma penso lo sia per tanti. Quando sei smarrito, se hai già un bambino, può aiutarti a ritornare sulla giusta rotta. Certo, contano anche gli altri affetti, ma se il mare è in burrasca, guardi tuo figlio e sai che ti indicherà sempre la direzione per arrivare sulla terraferma.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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