Lo specchio e l’oltre

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Un racconto sulla moderna ossessione per la bellezza e la magrezza, e sul vuoto che l’alimenta. Tratto dalla raccolta “Disegni tra le nuvole” di Susanna Ciucci (L’Erudita, 2016).

Sono su un cartellone pubblicitario. Sono grande, gigante. Adesso tutti mi vedono.
Mi vedono?
Vedono un corpo. Che non sorride. Una mancanza. Un’assenza. Cosa c’è in quegli occhi che sono guardati ma non guardano? Una fame d’amore mai saziata. E tutto questo incorniciato di rosa. Sulla circonvallazione, su alcuni palazzoni in centro, all’imbocco dell’autostrada. Eccomi, in tutto il mio chiassoso apparire. Ridotta al silenzio di un’insegna che stordisce.

Da piccola avevo una bambola, si chiamava Amanda, come me. Era bionda, come me. Alta, magra, con gli occhi chiari e un sorriso sempre radioso. La cosa che più mi piaceva fare era vestirla e svestirla, vedere come ogni abito la cambiava pur lasciandola se stessa. Un giorno le ho messo un tubino rosso, le donava particolarmente. Allora, fiera di me e della mia scelta di stile, l’ho mostrata a mia madre.
«Guardala mamma. Guarda che bel vestito. Anche io voglio vestirmi così».
Ma lei guardava me. Mi disse: «Non dire assurdità. Tu non sei come lei. Tu sei grassa».

Amavo mangiare. Durante le vacanze passavo le ore in cucina con mia nonna, a preparare biscotti, torte, pizze. Ci divertivamo tanto. La cucina di mia nonna era una stanza angusta, quasi sempre sporca e disordinata. Un mondo in cui il caos dettava il suo ordine, in cui emergeva quel fuori controllo che non spaventava, che rendeva tutto più sano e autentico. Il nostro mondo. Non serviva molto per essere felici, allora. Un foglietto sporco con su scritti gli ingredienti, due persone che si amavano e una cucina.
Non sapevo di essere grassa. Gli occhi di mia madre sono stati il mio primo specchio, dove non ho trovato l’idea di me che tanto amavo, in cui ho visto il riflesso di una persona che non riconoscevo. Quegli occhi, quello specchio, hanno trasformato il mio corpo in un campo di battaglia.

Mio padre mi chiamava Sissi, perché ero la sua principessa. Ma le principesse che vedevo non erano come me. Avevano la vita più stretta del giro coscia, le gambe lunghe e sottili, i fianchi piccoli e delicati. A lui non importava, perché vedeva in me molto più di ciò che io vedevo nello specchio. Vedeva l’oltre. Io, invece, rimanevo fissa su quell’immagine bidimensionale, che era tutto tranne che bella, tutto tranne che principesca. Tutto tranne che me.
Per il mio tredicesimo compleanno mio padre mi portò a fare shopping. Mi comprò un vestitino rosso, simile a quello che avevo fatto indossare alla bambola.
«Hai visto che bella» aveva detto, pieno d’orgoglio, a mia madre.
«Sarebbe bella, se non fosse così grassa» rispose, «Peccato».

Questo è ciò che sono, un peccato. Mai avrei pensato che una semplice parola potesse definire tutto il mio essere. Avrei potuto essere… bella, brava, di successo, famosa, ammirata, amata… e invece no. Peccato.
Cominciai a vedere dietro quel mio essere mancato una causa ben precisa: quei fianchi troppo larghi, quella pancia troppo sporgente, quelle gambe grosse e flaccide. Mi guardavo per ore allo specchio, spremendo e strizzando tutta la ciccia che avevo addosso. E mi domandavo: «Come mi avresti voluta, mamma?». Mia madre passava le ore a sfogliare riviste. Decisi di fare lo stesso, per imparare a guardare il mondo coi suoi occhi. Pensavo che, rubando l’oggetto del suo sguardo, avrei potuto prendere il suo posto. Vidi modelle bellissime, magre, toniche, impeccabili. Come la mia Amanda. La differenza tra loro e me era palese agli occhi di chiunque. Tranne che a quelli di mio padre. Lui, però, era sempre in viaggio per lavoro. Allora non pensavo che stesse scappando da qualcosa, lo capii anni dopo, quando rividi la sua storia con gli occhi di un’adulta. Con gli occhi di una sedicenne, vedevo un letto vuoto, una sedia vuota.

La parola pieno mi spaventava. Mi dava l’idea di qualcosa di grasso e flaccido. Mi innamorai del vuoto e ne feci il mio nuovo idolo. Non avevo nient’altro. Il vuoto, per me, era l’osso che s’intravedeva sotto la pelle. Era l’immagine che somigliava sempre più a quelle sulle riviste. Era un senso di potere, di controllo. Era poter dire «Solo io sono in grado di farmi stare bene e di farmi del male». Solo io. Adorando il vuoto, eliminai il fuori controllo. Adorando il vuoto, cominciai a vedere solo ciò che appariva. L’esterno, l’involucro, la maschera. Fu allora che vidi nello specchio il prodotto di quella metamorfosi. Un deserto. E in lontananza, sullo sfondo, quasi impercettibile, un urlo gettato nel vuoto. Il mio corpo era quell’urlo. Era la mia voce, l’unica sincera, l’unica possibile. Con la bocca proferivo verbi di poca importanza, inutili preghiere che riflettevano l’essenza del mio unico dio. Solo il corpo parlava. Perché, per quanto mi sforzassi di essere l’unica artefice di me stessa, non riuscivo a sopprimere quel fuori controllo che gridava al posto mio. Eppure non tutti sapevano ascoltare il mio corpo. Gli uomini che mi corteggiavano, mi desideravano, mi portavano a letto, fruivano del mio corpo come di un film muto, che avrebbe avuto molto da dire se solo non lo avessero ridotto al silenzio. Ogni immagine ha sempre un oltre. Quell’oltre che vedeva mio padre e che nessuno, neppure io stessa, ero in grado di vedere.
Quali lenti bisogna indossare per riuscire a scorgere anche solo un’ombra di quell’oltre?
«Stai zitta» dicevano gli occhi di quegli uomini, «Sei bella solo da guardare».

Alla fine, sono affogata nella mia immagine, proprio come Narciso. Ho ridotto il mio corpo a un’uniforme. A un feticcio, a un oggetto. Mi pagavano per vestire, fotografare, acconciare il mio corpo. E io osservavo tutto dall’interno, come il regista a cui lo spettacolo è sfuggito di mano. Gli attori recitavano da soli, secondo un copione che avevano memorizzato a tal punto da non saper più distinguere la realtà dalla finzione. Prendete i miei capelli e fatene ciò che volete. Prendete le mie gambe. Usate il mio corpo. Lasciatemi solo le sigarette, le borse firmate, gli incontri occasionali, l’autoerotismo, il digiuno. Prendete il mio corpo, è solo un manichino. Lasciatemi gli accessori. Solo con quelli posso pregare il mio vuoto e continuare ad alimentarlo.

Un deserto non può che essere sterile. La vita nasce da una mancanza che si fa desiderio, da un desiderio che si fa motore, da un motore che si fa incontro, da un incontro che si fa relazione, da una relazione che si fa amore. In un corpo tanto inospitale, non poteva sorgere alcuna oasi. Eppure io sentivo di volerla, quell’oasi, quel piccolo germoglio di vita dentro di me. Non siamo forse nati per questo? Per vivere e per dare la vita? Che ragione d’essere poteva avere un corpo come il mio, desertificato, ossificato, disabitato.
Inutile. Peccato.

Ho preso le pillole sul comodino e le ho ingoiate tutte.

Quando sono rinvenuta, in ospedale, credevo di essere morta. Ho sentito muoversi le dita dei piedi e delle mani e ho visto lo sguardo del dottore esultare al mio risveglio. Ha esclamato felice «È un miracolo!».
Quelle parole mi hanno salvata. Quegli occhi mi hanno salvata. Quegli occhi che hanno visto in me un miracolo. Non un bell’involucro, non un peccato.
Un miracolo.
Quel dottore, che poi ho scoperto chiamarsi Matteo, avere un bassotto, abitare in un bel palazzo fuori città, adorare la cucina giapponese, lasciare sempre i calzini sporchi in giro, soffrire il solletico sotto le ascelle, russare, amare le ore passate nel letto a coccolarsi, le lunghe passeggiate, il cinema, il suono della mia risata, quel dottore mi ha donato le uniche lenti con cui è possibile scorgere l’oltre.
Le lenti dell’amore.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L’ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L’Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi “col naso all’insù”.