Lo sport dell’unità

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 Si usa dire che nulla come lo sport ha contribuito a unire l’Italia. Con buona pace della politica, dell’economia e della cultura. Tanto è vero che quando, il 14 luglio 1948, un giovane studente siciliano di nome Antonio Pallante spara al segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente, a impedire lo scoppio della guerra civile sarebbero i milioni di radio sintonizzate su Gino Bartali che sta vincendo un memorabile Tour de France.
Esagerazione tramandata dai più pittoreschi bar Sport, o fedele fotografia della realtà? Il presente che stiamo vivendo, in un Paese così disgregato e abbruttito dal suo degrado politico, sembra dare ragione a chi, salvando per lo meno lo sport del passato, oggi guarda con pessimismo a una penisola tormentata da troppe contraddizioni. Dove è certo che determinate imprese sportive hanno seminato da Nord a Sud gioie profondamente condivise, facendo sventolare ovunque bandiere tricolori raramente esibite per altri motivi.

Si parte da Torino
Lo sarebbero stati di sicuro i primi allievi sabaudi del grande ginnasta svizzero Rodolfo Obermann che, per espresso volere del re Carlo Alberto, nel 1844 fonda a Torino la Reale Società Ginnastica. La città, che è la stessa destinata a essere la prima capitale del Regno d’Italia, diventa da allora sede di un’attività fisica sempre più “di massa”: In un primo momento praticata solo dai militari, e successivamente aperta anche ai comuni cittadini. Un movimento così intenso da ispirare allo scrittore Edmondo De Amicis – proprio lo stesso del libro “Cuore” – un racconto intitolato “Amore e ginnastica”, ambientato nella Torino di fine ‘800, e divenuto un film di successo una quarantina di anni fa.

Per andare a Venezia
Chissà se a fine ’800 lo legge anche un certo Costantino Reyer, nato a Graz, in Austria, nel 1838. Insegnante di educazione fisica che, non appena il Veneto, nel 1866, viene liberato dal dominio di Vienna, sceglie di andare a vivere a Venezia per dedicarsi alla divulgazione di quell’attività fisica in cui credeva con intima convinzione. Tanti sono stati i veneziani divenuti atleti nelle sue palestre, che “Reyer” viene tuttora chiamata la famosa squadra di basket della città, mentre allo stesso nome sono stati intitolati alcuni impianti sportivi comunali.
Seguendo il gioco delle coincidenze nasce proprio in Veneto, a Vicenza nel 1877, il primo italiano capace di vincere un oro olimpico: è il conte Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, che nella Parigi del 1900, a pari merito con il francese Dominique Maximien, salta più in alto di tutti in sella al suo formidabile cavallo Oreste, con il quale si aggiudica pure l’argento nella prova di salto in lungo. All’aristocratico cavaliere, omonimo di un suo antenato poeta del XVI secolo, va decisamente meglio che al podista Carlo Airoldi, lombardo di Origgio, operaio in una fabbrica di cioccolato presentatosi nel 1896 alle prime Olimpiadi dell’età moderna, organizzate ad Atene. Dove, per partecipare alla maratona, si reca… a piedi, costeggiando le linee ferroviarie, così da coprire in 28 giorni tutti i chilometri rimasti fuori dal viaggio in mare. All’arrivo, annunciato da un considerevole tamtam mediatico, lo riceve il re di Grecia, Costantino, ma subito dopo anche un giudice del Comitato Olimpico, con tanto di comunicazione di squalifica, dovuta al premio in denaro ricevuto tempo prima per la partecipazione alla corsa a tappe Milano-Barcellona. Decisamente altri tempi, se così poco bastava per essere bollati come professionisti.

La sfortuna di Londra
Ancora più sventurato di Airoldi sarà nel 1908 a Londra un altro maratoneta, Dorando Pietri, classe 1885, emiliano di Mandrio, frazione di Correggio. Primo fino a pochi passi dal traguardo nella lunga corsa olimpica, Pietri si accascia al suolo, sfinito dall’improba fatica. Taglia così il filo di lana sostenuto dalle braccia di alcuni impietositi giudici di gara, con conseguente squalifica, e oro assegnato al secondo arrivato, lo statunitense Jimmy Hayes. Nonostante la sconfitta a tavolino, ma in parte proprio a causa di quella, Pietri assurge a primo mito sportivo di un’Italia in tutti i sensi ancora acerba: per quel che riguarda i processi di unità nazionale, così come in ambito olimpico. La prima, grande affermazione nelle gare a cinque cerchi arriva di lì a poco, con le mirabolanti imprese del livornese Nedo Nadi, schermidore a cui solo lo stop ai Giochi imposto dalla Grande Guerra impedisce di stravincere più dei sei ori che alla fine si mette in bacheca, divisi fra Stoccolma 1912 e Anversa 1920.

I miti non si fermano mai
Da lì in poi si dipana una storia sempre più nota, e talmente affollata che diventa sensibile il timore di fare un torto a più di qualcuno tramite scelte inevitabilmente arbitrarie. Una soluzione è allora quella di dare per scontati certi, indiscutibili monumenti dello sport patrio, come possono essere i bomber campioni del mondo Peppin Meazza e Silvio Piola assieme al loro ct Vittorio Pozzo, gli assi del ciclismo Fausto Coppi e Gino Bartali, gli sprinter olimpionici Livio Berruti e Pietro Mennea, i re dello sci Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, i Palloni d’Oro Paolo Rossi e Roberto Baggio, gli imperatori dei gran premi motociclistici Giacomo Agostini e Valentino Rossi, il tennista Adriano Panatta, la formidabile nazionale di volley maschile allenata da Julio Velasco, la regina del nuoto Federica Pellegrini. Si tratta di una lista che ognuno di noi è capace di completare con nomi altrettanto celebri.

Ma, nel film di 150 anni di Italia unita, occorre ricordare anche chi, pur non essendo sulla bocca di tutti, concorre in modo indiscutibile, al pari dei risorgimentali maestri di ginnastica Obermann e Reyer, a fare la storia del Paese conquistando medaglie e traguardi non solo sportivi. È il caso dell’ingegner Enzo Ferrari (Modena 1898, Maranello 1988), inventore di una scuderia automobilistica divenuta simbolo di eccellenza industriale universalmente riconosciuto. È il caso di Trebisonda Valla, detta Ondina (Bologna 1916, L’Aquila 2006), prima donna italiana a vincere un oro olimpico, negli 80 ostacoli a Berlino 1936. Ed è il caso dei fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale, napoletani di Castellamare di Stabia, i cui successi ottenuti nel canottaggio assieme al timoniere Giuseppe Di Capua diventano emblematici delle innumerevoli affermazioni conseguite dagli azzurri negli sport cosiddetti “minori”.
Anche se poi la chiusura tocca d’obbligo ai due ori olimpici della maratona: il vicentino Gelindo Bordin, a Seoul 1988, e il reggiano Stefano Baldini, ad Atene 2004. Atleti che hanno unito l’Italia sulle eroiche e millenarie orme del greco Fidippide, il primo maratoneta della Storia.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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