La botola nascosta

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Il primo episodio delle avventure londinesi di Zaira Harrison

Probabilmente vi aspetterete una storia singolare, una di quelle storie incredibili che si insinuano pian piano nei pensieri di lettori affamati e gettano brace calda nelle loro viscere, pronte quasi fossero fiamme ardenti a divampare nei loro animi. Magari vi starete già domandando quale sarà l’ambientazione, quali le peripezie che saranno affrontate dai personaggi che da qui a poco conoscerete. E chissà, forse in questo preciso momento state coltivando la speranza di poter assaporare pagine che vi facciano tuffare in avventure mai ascoltate. E tuttavia mi vien da chiedere: “Quale atipico espediente, a vostro parere, rende bella una storia?” Nella mia sottile esperienza di vita ho avuto modo di comprendere che ciascun uomo possiede un modo peculiare di scorgere bellezza in ciò che vede.
Provate, anche solo per un istante, ad immaginare una moltitudine di persone che si trova a passare dinanzi a uno stesso quadro. Badate bene! Non deve trattarsi di un’opera celebre. In quel caso infatti potrebbe accadere che le reazioni dei presenti vengano guidate da mere convenzioni sociali piuttosto che dall’istinto o dalla spontaneità. Ebbene, se provaste a rappresentarvi con la mente questo scenario, potreste constatare comportamenti assolutamente differenti. Alcuni passanti non noteranno neanche il dipinto in questione, altri lo guarderanno distrattamente per pochi attimi e andranno via, altri ancora invece si fermeranno ad osservarlo con attenzione. Fra questi ultimi, diversi lo troveranno poco interessante, mentre i restanti verranno rapiti dal modo in cui l’artista ha usato la luce, dalle pennellate di colore o dai contorni più o meno distinti. Ma sarà difficile trovare due spettatori che si siano innamorati del medesimo dettaglio. Ecco, allo stesso modo ho sempre creduto che, per emozionarsi, non vi sia uno schema prefissato né un canone che possa valere per tutti. Pertanto dubito dell’esistenza di un metodo assoluto che, se seguito, possa risultare infallibile nella conquista di qualsivoglia lettore.
In questa storia non veranno combattute battaglie epiche nè si consumeranno amori impossibili. Non vi racconterò di fate, di maghi o di foreste oscure. Ma spero di emozionarvi ugualmente.
Ah! Quasi dimenticavo… Devo confessarvi che ho trovato gli inizi sempre piuttosto complessi. Spesso mi risulta difficile individuare la coordinata spazio-temporale dalla quale iniziare a raccontare. Così, questa volta starà a voi, cari lettori, trovare il filo rosso che lega i coriandoli di questa storia.

Era già il crepuscolo quando Zaìra Harrison si lasciò alle spalle il capolavoro dell’architetto Cristopher Wren. Quel pomeriggio settembrino era stato poco assolato. A ogni piè sospinto le nuvole avevano nascosto il sole sfiorandolo svelte e gettando lunghe ombre qua e là. L’aria era densa, piovigginosa. Di tanto in tanto, mentre percorreva la Peter’s Hall, leggere gocce d’acqua le inumidivano il viso e i capelli arruffati, in modo così delicato da sembrare che la accarezzassero. Passò davanti al College of Arms, quasi intontita dal rumore caotico causato dai clacson delle numerose auto in coda. Poi attraversò l’incrocio e proseguì a passo veloce.

Non appena fu sospesa sul Tamigi, un incantevole sorriso le si stampò sulle labbra carnose: adorava il Millennium Bridge. Da quel luogo, a cui era tanto affezionata, aveva modo di contemplare la vastità della metropoli londinese, sentendo il suo corpo rimpicciolirsi pian piano dinanzi agli innumerevoli skyscrapers.

Tutto ad un tratto il ponte fu colpito da una rapida raffica di vento. La ragazza si strinse fra le pieghe del trench scamosciato benedicendo la sua scelta di aver indossato dei pantaloni gessati abbastanza pesanti e, lanciando un’occhiata alla scena che si stava svolgendo una decina di metri più avanti, scoppiò in una risata fragorosa. Vide infatti un omino grassoccio sulla settantina cominciare a correre in maniera piuttosto buffa e sconnessa, per poi girare in tondo, tornare qualche passo indietro ed infine camminare nuovamente in avanti, con le braccia e lo sguardo tesi verso l’alto, in modo da recuperare quel cappello, forse un trilby marroncino, che gli era volato via.
Zaìra osservava spesso i passanti che incontrava per strada. Le piaceva immaginare la personalità che si celava dietro espressioni e gesti che era solita rubare attraverso gli scatti di una vecchia polaroid. Talvolta si chiedeva se anche loro la guardassero. Si domandava come apparissero i suoi movimenti nello spazio, se i suoi gesti fossero aggraziati, belli a vedersi. Ma era certa che se si fosse vista vivere, avrebbe potuto scorgere soltanto movimenti incerti ed impacciati, frutti di insicurezze accumulatesi anni dopo anni.

Dopo aver raggiunto l’estremità sud del ponte, Zaìra passò dinanzi ad una vetrina in cui erano esposti articoli d’antiquariato. Non avendo mai visto il negozietto, immaginò che si trattasse di una nuova apertura e, incuriosita, decise di darvi un’occhiata. Appena entrò nell’atrio, un forte odore di chiuso le salì sino alle narici. L’ambiente era poco illuminato, silenzioso e quasi angusto, a tal punto da sembrare un luogo abbandonato. Attorno scaffali impolverati pieni di manuali di vario tipo riempivano l’intero spazio. La ragazza domandò più volte se ci fosse qualcuno, ma non vi era ombra né del titolare né di un qualche impiegato, così ad ascoltare l’eco della sua voce furono soltanto quelle vecchie pareti caratterizzate da diversi strati di muffa. Era sul punto di andar via non avendo ricevuto risposta alcuna, quando si accorse di una vecchia cornice circa l’inaugurazione dell’attività, che risaliva a trent’anni prima. Zaìra, essendo caratterizzata da buona memoria sin da bambina, si stupì di non aver mai notato quell’esercizio commerciale e cominciò a pensare che stesse diventando distratta. Sulla stessa parete si trovava agganciato anche una sorta di abaco a lapilli medio-orientale, all’interno delle cui scanalature erano collocati dei sassolini forati, ciascuno dei quali riportava delle strane incisioni che Zaìra interpretò come rune celtiche. La ragazza le girò più o meno casualmente, per poi spostare in alto Wird, la runa del destino e Tyr, la runa protettiva, simbolo del coraggio. Stava per finire di sollevare Hagal, “la rottura”, quando, ad un tratto, il pavimento sotto i suoi piedi cedette e Zaìra scivolò lungo la botola nascosta appena spalancatasi, per poi cadere al suolo pochi metri al di sotto, con un sonoro tonfo .

Incredula, la ragazza si tirò su e provò più volte ad arrampicarsi lungo le pareti. Poi, svanito qualsiasi tentativo di fuga, si fece coraggio e cominciò a camminare esplorando l’ambiente. Una luce fioca illuminava un corridoio che rivelò un imponente arco a sesto acuto. Zaìra si avvicinò cautamente, per poi rimanere profondamente sorpresa: davanti a lei si apriva un ambiente completamente diverso. L’edificio si mostrò più grande e lussuoso di come potesse mai immaginare. Profondo almeno 300 metri, era sormontato da enormi capriate in legno d’abete scricchiolante. Ai suoi piedi, un sorprendente pavimento a mosaico, con tessere di dimensioni alquanto grandi e a fondo nero, conteneva incisioni di vario tipo. Sembrava proprio che le piastrelle, raffiguranti animali ed eroi, non fossero disposte in maniera casuale. Era come se, seguendo un ordine ben preciso, raccontassero leggende antiche.

Sentendosi più rassicurata, la ragazza cominciò a girare fra gli scaffali per poi fissare il suo riflesso su un vecchio specchio incastonato in una cornice ovale ormai un po’ arrugginita: lunghi capelli corvini le ricadevano folti ai lati del viso impallidito, disegnando onde sinuose dalle spalle fin sotto il seno.

«Earnest, questa storia è ormai giunta al termine. Ho smontato diverse volte quell’orologio, affinché l’arcano meccanismo al suo interno torni a funzionare. Ma non ho ottenuto alcun risultato».
La ragazza sussultò, si voltò di scatto e si nascose in fretta sotto un tavolo rotondo ricoperto da una lunga tovaglia opaca che tuttavia dall’interno lasciava trasparire la visione della sala. Intimorita, Zaìra vide avvicinarsi un uomo sulla sessantina che percorreva il pavimento a grandi passi, con ai piedi un paio di eleganti scarpe in vernice…

Immagine di copertina a cura di: Laura Meneghin

Michela Guidotto

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa.