L’opera e i suoi fantasmi

0

La mia terra è piena di teatri ereditati dalla storia. Sono ridotti abbastanza male, ma molti di loro sono ancora utilizzati. Le scene sono i paesaggi che la natura regala, il mare, gli alberi, la linea dell’orizzonte. Al posto dei soffitti affrescati c’è il cielo azzurro, che poi diventa blu e nero trapunto di stelle. La platea è fatta di grosse pietre adagiate sul declivio naturale. L’acustica è perfetta e non richiede amplificazione, e i refoli di vento della sera sono meglio dell’aria condizionata…

Questi teatri secolari mi fanno pensare alla situazione della cultura e in particolare dei teatri d’opera in Italia oggi. Fondazioni ed Enti Autonomi in agonia, in molti casi. Strozzati dalla crisi. Il fantasma della chiusura si aggira nelle aule dei nostri teatri, getta il panico tra i dipendenti, tiene lontani grandi direttori d’orchestra e attori che preferiscono platee straniere. Il fantasma dell’opera non è più il compositore misterioso e innamorato di Leroux e di Webber, ma uno spettro squattrinato e senza speranza, che vuole mettere a tacere la voce della lirica. Molti teatri negli ultimi anni si sono visti costretti a programmare stagioni più ridotte o a limitare il numero delle recite. Le proteste dei dipendenti hanno fatto saltare spettacoli. In più di una occasione l’orchestra del ‘V. Bellini’ di Catania ha organizzato concerti gratuiti nelle piazze della città per dimostrare alle autorità pubbliche e ai sovrintendenti che la gente ha bisogno della musica. Si è radunato sempre molto pubblico, che non si stanca mai di ascoltare e riascoltare le arie d’opera più famose.

Il problema è serio e di non facile soluzione. Cinque anni fa (!) Alessandro Baricco scrisse un articolo che suscitò enormi polemiche. La crisi economica era appena iniziata, e la politica aveva deciso di tagliare le spese del Fondo Unico per lo Spettacolo, linea che negli anni successivi è stata mantenuta ((cfr. relazione sull’utilizzo del F. U. S.). L’idea di Baricco era: compito dello Stato non è quello di sostenere tutte le spese del teatro in Italia, quanto piuttosto di creare le condizioni perché la gente possa apprezzare l’arte e la musica. Lo Stato dovrebbe occuparsi da un lato di educare il gusto della gente e dall’altro di creare le condizioni perché l’iniziativa privata possa farsi carico dei costi che il teatro genera. Proponeva quindi la soluzione, per aiutare i teatri, di dirottare risorse su scuola e televisione come luoghi per l’alfabetizzazione culturale. Era una proposta forse un po’ barocca, alla Baricco, ma lungimirante: se si educa il gusto e si crea il bisogno sarà più facile reperire risorse. Allo stesso tempo le Istituzioni dovevano fare la loro parte. Si scatenò un putiferio. E dopo un lustro cosa è cambiato? Ben poco a giudicare dai movimenti di piazza e dalle notizie sui giornali.

Nell’antica Grecia andare a teatro era un diritto/dovere civile. Tutti andavano, non passare una piacevole serata tra amici, ma per imperare, per essere più uomini. Aristotele, nella Poetica, dice che uno spettacolo teatrale –parla in particolare della tragedia, ma lo stesso si potrebbe applicare all’opera lirica o al teatro di posa- «mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo di siffatte passioni». Negli spettacoli si affrontavano temi politici, religiosi, sociali, familiari. Ed era tanto importante andare a teatro che ai cittadini più poveri la città pagava il biglietto. L’allestimento era a carico di cittadini facoltosi, detti coreghi che avevano l’onore di finanziare tutte le spese necessarie per mettere su gli spettacoli: maschere del coro, costumi, istruttore, locali dove provare, arredi dello spettacolo. Erano quelli che oggi si chiamerebbero sponsor, che assumevano questo compito come un onore. Insomma ognuno (Stato e privati) faceva la sua parte perché le gente fosse educata, fosse migliore.

La situazione italiana è piuttosto ferma. Nel cinema esiste il tax credit, la riduzione del credito d’imposta, cioè la possibilità di compensare debiti fiscali (Ires, Irap, Irpef, Iva, contributi previdenziali e assicurativi) con il credito maturato a seguito di un investimento nel settore cinematografico. Costituisce un piccolo incentivo a investire nella produzione di audiovisivi. Nulla del genere esiste per il teatro. Sarebbe auspicabile l’introduzione di significative forme di deducibilità fiscale per le donazioni (da privati o da aziende) a chi promuove l’opera e in genere il teatro. Sarebbe più facile poi chiedere alle istituzioni lirico-sinfoniche di attrarre contributi di privati, premiando quelle che ci riescono (attualmente in Italia solo la Scala di Milano e l’Arena di Verona hanno significative entrate da parte di sponsor). Il sistema di matching grants è molto diffuso in America, così come il product placament sotto diverse forme nelle produzioni cinematografiche. È un vero peccato che in Italia, dove l’opera è nata, una forma di mecenatismo in questo settore è praticamente inesistente. Molti teatri rischiano di chiudere perché non c’è un interesse sociale alla loro sopravvivenza.

Viene da chiedersi perché chi avrebbe le possibilità economiche per farlo non ha il piacere di legare il proprio nome a enti che promuovono cultura, arte e formazione. Sono dei veri e propri investimenti che danno frutti abbondanti e duraturi, forse non immediatamente economici (ma non è detto), certamente sociali. I nomi di tali benefattori avrebbero fama imperitura. I grandi uomini sono coloro che hanno fondato, promosso, finanziato università, centri di ricerca, istituzioni artistiche, musei. Chi sono Harvard, Stanford, Yale se non i fondatori e benefattori delle omonime prestigiose università?

L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire, si legge sul frontone del teatro Massimo di Palermo. Perché ciò sia vero occorre un grande impegno, non solo economico, per scacciare il fantasma della crisi, ma anche culturale, per sconfiggere il ben peggiore spettro dell’ignoranza. Ne vale la pena.

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.