Loro 2

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Abbiamo visto per voi la parte seconda del nuovo lavoro di Paolo Sorrentino: cosa emerge dal ritratto di Silvio Berlusconi ora che la visione di insieme è completa?

Immaginate che un amico vi chiami al telefono e vi racconti una storia. Voi lo ascoltate con interesse. Un paio di settimane dopo vi richiama e vi racconta la stessa storia di nuovo, aggiungendo giusto qualche piccolo dettaglio che si era scordato. Inevitabilmente non sarete partecipi come la prima volta, il vostro sguardo correrà verso l’orologio, il pensiero agli impegni che vi aspettano poco dopo.

Questa premessa per dire che sul giudizio complessivo sull’opera che porta il titolo di Loro pesa come un macigno la sciagurata – quantomeno agli occhi di chi scrive – operazione di dividere il film in due parti. Premesso che gettare via anche solo un minuto girato da un uomo di cinema come Paolo Sorrentino sarebbe un delitto, perchè a suo modo unico ed irripetibile, resta il dubbio se la divisione in due parti sia stata una bieca trovata di marketing o il frutto di uno scivolamento delle redini dalle mani del regista durante le riprese. In entrambi i casi, a pagare è la coerenza narrativa e l’unità dell’opera – che pure al mercato internazionale sarà presentato in una versione unica.

Ed è un peccato, perché Loro 1 aveva una struttura narrativa piacevolmente solida, seppure non tradizionale. Tutta la prima parte del film presentava il personaggio attraverso il mondo che gli girava intorno e gli occhi degli altri, per poi stringere su di lui nella seconda – un esempio magistrale di questa tecnica narrativa è ad esempio il Grande Gatsby di Fitzgerald, a cui non si può fare a meno di pensare di fronte ad un Morra/Tarantini che organizza feste indimenticabili al solo scopo di essere notato da chi sta dall’altra parte della baia, o in questo caso della costa.

Loro 2 invece appare sfilacciato, come se, raggiunto un punto, l’opera nel suo complesso avesse iniziato a ripiegarsi su se stessa, ripercorrendo le stesse strade in maniera più stanca. L’uso della musica che fa Sorrentino non è brillante come altre volte. I balletti e i corpi nudi sono eccessivi. Le singole scene che compongono la totalità del film sembrano unite da un filo quantomai sottile, sempre prossimo a spezzarsi, e il risultato totale che danno non appare superiore alla somma delle singole parti.

Eppure, nonostante la pioggia di critiche ricevute, molte delle quali fondate, vale la pena ricordare sempre che pochi registi in Italia posseggono la capacità di Sorrentino di tenerti incollato allo schermo in attesa di qualcosa. Consapevoli che l’attesa verrà spesso ripagata. Non ogni volta, ma abbastanza volte da saziare il nostro senso della bellezza. E, nonostante tutto, l’attesa dello stupore resta il motivo primario che ci spinge a lasciarci il mondo alle spalle e sederci per due ore in una sala buia insieme ad altri sconosciuti.

Ora che abbiamo una visione di insieme, è possibile tentare di addentrarci più a fondo nelle tematiche che il film nel suo complesso ha affrontato. Vale la pena di dirlo, una impresa nient’affatto semplice, soggetta a molteplici interpretazioni. Tutte documentate, tutte arbitrarie, come recitava l’intestazione nei titoli di apertura.

Al centro della storia vi è il momento in cui l’uomo simbolo degli ultimi 25 anni di storia italiana incomincia a percepire la caducità del tutto.

Un “uomo del fare”, che non ha mai accettato la stasi ma ha sempre cercato di distruggere il vecchio per fare spazio al nuovo, si ritrova improvvisamente nell’otium di una villa di Sardegna, consapevole più che mai del tempo che passa e della vanità che sottende tutte le cose, compresa la sua vita ed il mondo che ha costruito, o che si è modellato spontaneamente intorno a lui.

Tutto va in pezzi, il centro non tiene più; la pura anarchia si rovescia sul mondo.”

Scriveva W.B. Yeats nella poesia Il Secondo Avvento, prefigurando il destino del secolo scorso.

Silvio Berlusconi è il motore immobile di un mondo che cade a pezzi, che tenta disperatamente di arrivare a Lui: Gianpaolo Morra ne è l’esempio perfetto. Come nel mondo di Game of Thrones, tutti vorrebbero essere re, ma non tutti sono all’altezza del trono. Ma se il centro di quel mondo è frutto del nichilismo più estremo, allora il movimento necessario a raggiungerlo non può che essere un crollo, più che un innalzamento.

Il crollo dell’Aquila – forse l’unica scena davvero emozionante di questo seconda metà – è prefigurata nell’arco di tutto il film dai personaggi che incontriamo, che uno ad uno perdono la presa su quello che consideravano solido e reale accorgendosi di avere fondamenta di sabbia.

Qual è stato il grande pregio di Berlusconi, in uno scenario simile?

Distogliere il loro sguardo da questo. Stendere un manto di sogni sopra la caducità di quanto gli sta intorno. Perché se è vero che nessuno può realmente uscire da se stesso, i sogni ne possono almeno dare l’illusione. Emblematica in questo senso la scena in cui Silvio telefona alla vecchietta per venderle una nuova casa in un comprensorio che ancora non esiste: quello che vediamo non è un uomo nostalgico che cerca di rivivere i suoi esordi, ma un venditore allo stato puro, capace di vendere l’unica illusione che solo i sogni possono dare: quella di uscire da se stessi, appunto.

Sembra di risentire Andreotti ne il Divo quando dice:

Tutti a pensare che la Verità sia una cosa giusta. Ed invece è la fine del mondo”.

La verità? La non verità? Che differenza fa? Il vero leader è colui che dice alla gente quello che vuole sentirsi dire, che fa vedere gli altri come loro stessi vorrebbero vedersi. Nient’altro. Non importa chi sia davvero, importa come loro lo vedono. Basta mettere la maschera giusta.

Non a caso la prima volta che vediamo Silvio entrare in scena, insieme a Veronica, porta una maschera. Quello di cui sua moglie non si è accorta, è che l’ha sempre portata. E’ per questo che quando finalmente risponde alla domanda di suo marito – “se mi consideri un uomo senza alcuna qualità, perché sei rimasta con me tutto questo tempo?” – finisce per ammettere candidamente: “perché mi ero innamorata”.

E a rispondere non è una sola donna, ma l’Italia intera.

Giacomo Taggi

Romano con una certa passione per la Filosofia. Scrittore e Sceneggiatore, amante delle storie in ogni loro forma.