Lui e lei

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Lui e lei. Non il contrario, perché è lui a parlare vispo. Chiacchierano in inglese come fossero da sempre amici, anche se forse non li unisce il tempo ma la provenienza. Pelle scura, loquaci e grandi occhi neri, folte sopracciglia. Lui: un berretto bianco per proteggersi dal vento di questi giorni. Lei: bellissimi capelli sciolti, lucenti, da pubblicità dello shampoo. Li copre col cappuccio della giacca azzurra tirato su e ascolta il racconto di lui: “by then I didn’t have the bus ticket with me ‘coz my mother…”. Annuisce.

Sembravano un’entità a sé nella variegatissima flora e fauna che presenta la metro alle otto e mezza di mattina. Non si accorgono di tutto quanto accade attorno a loro, totalmente assortiti non tanto dai loro discorsi quanto dall’innocua pacatezza della loro età che si affaccia ai primi veri segreti e in particolare al primissimo batticuore per l’altro. Non provano imbarazzo come noi: ridono e parlano in attesa d’arrivare a sentire la campanella.

Dove fossi io a quell’ora a quell’età non ricordo. Sempre in una metropoli, assorta nei giochi a ricreazione e dal mitico corridoio della scuola: lungo, liscio, stretto, perfetto per prendere la rincorsa e tuffarcisi su fino a spalmarsi come frittate, prima di rischiare di scaraventarsi fuori dalla porta a vetro. Scivolavamo davanti all’ufficio della vice-preside: se ci avesse beccato sarebbe uscita sbraitando i nostri cognomi ma non riuscendo a nascondere le risate sotto i baffi.
Forse questo lega quella ragazza, a sua volta, a quei due: il fatto che sono tutti e tre stranieri, estranei, parlano una lingua diversa e hanno differenti costumi. Sorride, forse sentendosi un po’ come loro.

Alla fine si ritrova più simile a loro di quanto creda: appuntandosi riflessioni sul suo quadernetto in autobus, finisce per trovarsi con la mano piena di scritte come quando era bambina, tutta impiastricciata.